Recensione realizzata per la testata giornalistica Saltinaria.it
Un Coro ed un Eschimese sono i due elementi che instillano vita in una scena quasi del tutto vuota, se non fosse per un pallone da calcio in proscenio ed una sedia sul fondoscena, con sopra una giacca maschile. Il Coro attende, immobile e cristallizzato, di parlare, aspettando l’arrivo dell’Eschimese. Perché l’Eschimese è l’elemento di novità all’interno del contesto sociale in cui vive, l’Amazzonia appunto.
Un evidente paradosso geografico e sociale, spunto attinto da una dichiarazione dell’attivista e sociologa Porpora Marcasciano, facendo riferimento a quel contesto socio-culturale che «compromette, ostacola e falsifica un percorso che potrebbe essere dei più sicuri e dei più tranquilli». L’Eschimese è, infatti, una persona transgender, proprio per questo lontana dagli schemi di una comunità che possiede regole convenzionali ataviche e radicate nel tessuto sociale, che non a caso accetta di interloquire con lui quasi sempre solamente in gruppo attraverso frasi fatte, costruite e ripetute all’infinito nell’attesa di ricevere una risposta dal soggetto esterno e disturbante. Il punto è che la risposta nemmeno sembra interessare ad un Coro, che, fuori dalle logiche di repulsione o apprezzamento dell’estraneo nel contesto sociale, tira dritto verso la sua direzione, determinando l’evidente incapacità dell’Eschimese a raccontarsi.
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