Meridiano Zero porta in scena l’ultimo capitolo della trilogia shakespeariana trash, che dopo aver raccontato Macbeth e Amleto stavolta si confronta con il dramma di Otello nello spettacolo This is not what it is, andato in scena al TRAM dal 15 al 17 febbraio.
Marco Sanna firma e dirige un testo in cui è in scena con Francesca Ventriglia. Due personaggi, dunque, che nella noia di una desolata Cipro decidono di confrontarsi con un testo complesso e borioso, lungo e tragico, quale l’Otello shakespeariano. Il protagonista tenta disperatamente di portare avanti la narrazione di uno spettacolo che cerca di rendersi fedele al testo originale, pur nell’evidenza di una mancanza di un cospicuo numero di interpreti che lo spettacolo richiede.
Ben presto però, i due teatranti, immersi nel vuoto di Cipro, con una sola palma gonfiabile a far da sfondo alla scena, si arrenderanno all’evidenza di una messa in scena condizionata ai rinnovati gusti che il modo contemporaneo di fare spettacolo richiede: tutto viene traslato in chiave trash, generando un linguaggio artistico e teatrale che sfocia nel punk e nella spazzatura che il mondo dello spettacolo tenta di rifilare ogni giorno ad uno spettatore disposto a guardare tutto pur di divertirsi nella vacuità del messaggio trasmesso.
Sanna firma uno spettacolo che nelle intenzioni è sicuramente originale e molto apprezzato, con una riflessione sulla qualità del mondo dello spettacolo e sul tema della cultura e del rispetto dei grandi classici che potrebbe condurre ad una lunga discussione in materia. La drammaturgia però sembra funzionare più ideologicamente che materialmente, rendendosi talvolta in diverse battute o momenti scenici troppo farraginosa e poco comprensibile. Nonostante si tratti di un testo che vuole chiaramente prendere le distanze dalla linearità di un’esecuzione scenica perfetta e consequenziale, il testo risulta spezzarsi in vari frammenti che non riescono a concatenarsi in un racconto, che sembra drammaturgicamente non riuscire a esprimere lo stesso messaggio per cui esso era stato ideologicamente concepito.
Resta, dunque, un lavoro molto interessante, con degli spunti di riflessione sul ruolo dell’artista in bilico tra una deontologia professionale che lo spingerebbe ad un’interpretazione canonica dei grandi classici od alla necessità di abbassarsi ai discutibili gusti di un pubblico alle volte poco istruito pur di essere applaudito e perseguire la via del successo.
