Pierfrancesco Favino porta in scena un’interessante riflessione sul ruolo del diverso, del reietto che nella sua oppressione racconta al pubblico le sue paure, fatte di quelle rabbie e frustrazioni del quotidiano, alla ricerca di un lontano anelito di felicità. Al Teatro Bellini sarà in scena fino al 4 marzo lo spettacolo La notte poco prima delle foreste, di Bernard-Marie Koltès, traduzione di Giandonato Crico e dello stesso Favino (che cura anche l’adattamento teatrale) con la regia di Lorenzo Gioielli.
Favino porta in scena un uomo qualunque, un individuo che nel buio di un temporale si racconta, forse consapevolmente, davanti ad una platea che lo osserva. E’ infatti nell’interazione con il pubblico, in quel contatto con lo spettatore che prevede la presenza dell’attore per diversi momenti scenici unicamente in platea, che si svolge quella compresenza di vissuti nella quale l’individuo che parla si racconta agli altri. Perché è proprio con l’altro che l’emarginato sente il bisogno di confrontarsi, quasi in quel debito di coscienza di sentirsi diverso e di conseguenza “meno uguale” di colui che gli è di fronte, solo perché parla un italiano a tratti storpiato da un accento dell’est Europa.
In questo caso, la sua percezione della diversità si rivelerà determinante nel raccontare la sua stessa identità che gli viene puntualmente rinnegata, la sua moralità che viene messa in discussione in ogni singolo istante della sua esperienza di vita. Il dogma dell’isolamento non si esorcizza nemmeno con gli affetti, prigioniero il giovane “diverso” in amori complessi, tormentati, irraggiungibili forse.
Il testo concettualmente possiede elementi di riflessione molto intensi, che vanno oltre il mero dibattito del ruolo del migrante e del suo inserimento nel nuovo tessuto sociale, ormai oggetto ai nostri giorni di una possibile strumentalizzazione che esaurirebbe il lavoro di Favino a un testo propagandistico senza altre vie interpretative. La notte poco prima delle foreste è un lavoro sulle diversità tout court, una denuncia fatta con parole forte e violente, talvolta anche con le lacrime, verso una società sempre pronta a sentenziare acidamente su tutto quello che non conosce o che non appartenga alla vita abitudinariamente concepita. E’ atto di accusa verso una società che chiude gli occhi e ignora le complessità, perdendosi nella vacuità di un quotidiano senza la ricerca di un senso di comunità.
La notte poco prima delle foreste è immaginazione di un punto di non ritorno dell’umanità, narrazione di una solitudine a tratti apocalittica di un individuo che racconta cosa c’è prima di quelle pericolose foreste di cui parla.
Il lavoro nel complesso si presenta eccessivamente lungo, gravitando per circa 50 minuti intorno a tematiche molto ampie e spaziando improvvisamente da un racconto ad un altro in un flusso di coscienza che tuttavia appare eccessivamente poco chiaro e lineare. Pur trattandosi di un testo che prevede un’esecuzione di getto, che della sua crudezza fa il suo elemento cardine, un impianto compositivo maggiormente strutturato su un andamento lineare avrebbe favorito lo spettatore in una partecipazione più ragionata e giustificata del lavoro. Quello che ne viene fuori, sopratutto nella prima parte di spettacolo, è il faticoso lavoro di Favino di portare avanti un racconto che gira intorno a qualcosa di troppo indefinito, senza luogo e tempo, in un accento che caratterizza il timbro vocale a tratti eccessivamente piatto, rendendo la declamazione del testo musicalmente omogenea ma sul lungo termine particolarmente rettilinea e stantia.
La seconda parte del lavoro, per i successivi 30 minuti, si fa più intensa, poiché finalmente trova argomenti di narrazione con un impianto contenutistico più solido, di conseguenza aumentando notevolmente il ritmo dello spettacolo. Non è un caso se la base di commozione e di emotività sia rintracciabile in particolar modo proprio in questa seconda fase della messinscena, giustificando finalmente un lavoro che altrimenti si sarebbe reso unicamente un virtuosismo attoriale privo di una ragione per la sua esecuzione scenica.
La notte poco prima delle foreste è un testo intenso, ma per come lo si presenta sembra ancora che manchi di quel piglio narrativo che lo consacrerebbe definitivamente come testo teatrale. La sua messa in scena si porta addosso ancora quel tratto romanziero proprio della letteratura che, quando portato a teatro, necessita – pur nell’evidente tentativo di poter raccontare tutto – dei tagli al fine di arrivare subito allo spettatore, senza troppi giri di parole. Altrimenti un monologo senza scena e senza musiche per un’ora e venticinque di spettacolo rischia di divenire materia pericolosa e difficilmente apprezzabile nella sua interezza, ma solo in quei determinati sprazzi in cui si vede la materia teatrale pulsare.
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