Di Francesco Gaudiosi
Quanto spazio tra di noi è il nuovo lavoro scritto e diretto da Eduardo Tartaglia, che lo vede in scena in compagnia di Veronica Mazza, Helen Tesfazghi, Amalia Tartaglia, Ernesto Mahieux, Ivan Castiglione e Ernesto Lama, che ha debuttato venerdì 8 novembre al Teatro Sannazaro di Napoli e che sarà in scena nella sala di Via Chaia fino a domenica 17.
In una scenografia spaziale, firmata da Luigi Ferrigno, Tartaglia e Mazza aprono lo spettacolo ibernati in una capsula criogenica all’interno di una navicella spaziale, in attesa di essere risvegliati in vista del loro arrivo su una stazione spaziale diretta verso un nuovo pianeta dell’universo su cui l’umanità vorrebbe emigrare. Il motivo del viaggio è determinato dalle scarse, anzi scarsissime possibilità che la Terra tra vent’anni continui ad esistere a causa dei numerosi fenomeni di degradamento ambientale a cui è soggetta. Da qui l’idea del protagonista, Cristoforo Scuffia (interpretato da Tartaglia) – edicolante con poca fortuna nella vita – di mettersi in viaggio e di addormentare segretamente anche la moglie, da sempre contraria a partite per nuovi pianeti, alla ricerca di un futuro migliore, di un riscatto nella vita che sul Pianeta Terra stentava ad arrivare.
Ma ben presto le speranze di Scuffia vengono messe in discussione, immediatamente ci si rende conto che la stazione spaziale riproduce esattamente le gerarchie preesistenti sul Pianeta Terra, con passeggeri di prima seconda e terza classe e con gerarchie sociali già ben definite ancor prima di arrivare sul pianeta di nuovo insediamento. Le certezze dei terrestri tutti di essere accolti dalle nuove forme di vita sul Pianeta di destinazione vengono disattese, gli abitanti del Pianeta “Alfa-Taurus” rifiutano lo sbarco e costringono alla fame gli umani bloccati sulla stazione spaziale. Ipotesi di sbarco clandestino verranno quindi elaborate dagli umani, in bilico tra l’assenza di viveri per i cittadini di terza classe sulla navicella spaziale ed il rischio della clandestinità sul nuovo pianeta.
Eduardo Tartaglia porta sulla scena un testo con un’indiscussa ambientazione insolita e nuova allo spazio teatrale, collocando lui ed i suoi altri interpreti in una dimensione extraterrestre fatta di tute di astronauti e di musiche computerizzate che risvegliano i viaggiatori dal sonno criogenico (i costumi sono di Nunzia Russo e le musiche di Paolo Coletta), e portano all’attenzione dello spettatore temi che, nonostante la distanza spaziale in cui vengono collocati, sono attuali proprio sul pianeta in cui viviamo.
Anzitutto il tema dell’esaurimento delle risorse naturali a disposizione della Terra, il problema del degradamento ambientale e la distopica quanto inevitabile necessità di emigrare alla ricerca di nuovi Pianeti su cui vivere. In secondo luogo proprio la richiesta di integrazione, l’accoglienza da parte di nuove forme di vita che ci respingono al confine e bloccano le speranze di un’umanità priva di futuro sulla Terra, è un tema assai vicino all’attualità dei nostri giorni. Le navicelle spaziali sono rappresentate sul nostro pianeta da barconi di profughi alla ricerca di un futuro migliore, desiderosi di vivere di speranza proprio come Cristoforo Scuffia, che accetta di partire con il sogno che la vita sua e di sua moglie Isabella (Veronica Mazza) sul nuovo pianeta possa veramente cambiare.
Quanto spazio tra di noi è un testo di un’attualità disarmante, che abbatte i confini spazio-temporali e ci avvicina anni luce ad un futuro che in realtà è più presente che mai. Ma lo fa con una comicità garbata e divertente, contrassegnata dalla firma drammaturgica di Tartaglia che riesce sempre a portare in scena tematiche di ampio respiro in una chiave di napoletanità ed attraverso una contestualizzazione comica che, pur alleggerendo la difficoltà dei temi trattati, riesce con netta chiarezza a suscitare l’interesse dello spettatore. La partitura è ben assemblata e con un ottimo ritmo di esecuzione, grazie ai numerosi interpreti ed alle maestranze attoriali presenti sulla scena.
Quanto spazio tra di noi è uno spettacolo nel quale lo spettatore si aspetta di vedere una realtà post-moderna assai lontana dal reale, ma si ritrova ad assistere ad uno spettacolo nel quale sono le tematiche ambientali, politiche e di identità culturale a essere trattate con leggerezza e comicità. Ma non rinuncia a porre quesiti: non sarà forse che sul nostro pianeta il “povero derelitto” alla ricerca di un nuovo “spazio” in cui vivere, l’extraterrestre insomma, a cui viene respinta l’accoglienza nel nuovo “pianeta”, oasi di (solo) apparente felicità, sia in realtà una problematica più tangibile ed evidente che mai?
Repliche il 15, 16 e 17 novembre.
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