Carrozzeria Orfeo nelle ultime stagioni teatrali ci sta abituando ad un percorso narrativo, attoriale e artistico tendenzialmente inedito e per questa ragione assai apprezzato dal pubblico e dalla critica. Questo fa di tale compagnia una delle realtà teatrali più interessanti nel panorama attoriale e drammaturgico contemporaneo, in cui, anche a seguito della fortunata tournée dello scorso anno con Cous Cous Klan, la compagnia ha inevitabilmente sollevato le aspettative per il suo nuovo lavoro – in realtà ripreso adesso ma nato già nel 2015 – che è in scena al Bellini di Napoli fino a domenica 23 febbraio. Eccoli quindi in scena con Animali da bar, spettacolo di Gabriele di Luca, che lo vede firmare la regia assieme ad Alessandro Tedeschi e Massimiliano Setti, con Beatrice Schiros, Alessandro Federico, Massimiliano Setti, Pier Luigi Pasino e Federico Vanni nel cast napoletano, per l’occasione leggermente rinnovato rispetto alle repliche precedenti di questo allestimento.
Ma cosa vuole raccontarci Animali da Bar? Perché questo titolo allo spettacolo? Perché gli attori, prima ancora che personaggi, divengono animali, connotati da un carattere bestiale, ognuno con svariate ragioni e diverse intensità della loro bestialità, purtuttavia portatori di psicosi, di paure, di odi e di rancori che rendono questi soggetti quali elementi in cui sembrerebbe che la vita non ha donato alcuna gioia, speranza o rassicurazione. Sono animali che si confrontano e si fiutano in uno squallido bar di periferia particolarmente cupo, costretti a socializzare, anche se gli stessi legami che si instaurano sono la conseguenza di un interesse economico o personale, di un inevitabile tornaconto che mette da parte l’umana amicizia tra i soggetti che popolano questo locale. È così che tra una barista affittautero e un imprenditore di pompe funebri per piccoli animali, tra un buddista che si nutre di sole mele e un ladro zoppo che deruba le case dei morti durante i loro funerali ed uno scrittore alcolizzato costretto a scrivere sulla grande guerra, si sviluppa questo microcosmo di animali, che senza museruola sciolgono i loro pensieri di fronte all’alcol.

Animali da bar è uno spettacolo che inevitabilmente non riesce a fare a meno del cinismo, elemento dominante di tutta la pièce, riuscendo a rendere la composizione dello spettacolo unica nel suo genere: da un lato, esaltandone l’elemento irriverente, umoristico ed esuberante del lavoro, dall’altro mettendo in evidenza gli elementi più bui e tetri che illuminano in modo fioco le vite dei personaggi sulla scena (a tal proposito sono da menzionare i suggestivi tagli di luce di Giovanni Berti e le scene curate da Maria Spazzi). Questi animali da bar vogliono quindi comunicarci il senso di un’attesa, di un vivere sempre nella speranza di un cambiamento, di un incontro, di un’aspirazione lontana che deve fare i conti con la realtà e per questo motivo non arriva mai a realizzarsi. Gli “animali da bar” sono i Vladimiro ed Estragone della società contemporanea, personaggi beckettiani svuotati della loro essenza di vita, proiettati in un futuro illusorio nel quale gettano tutte le loro speranze, con l’intenzione di archiviare un passato ed un presente troppo deludente da accettare.
Animali da bar è uno spettacolo da vedere poiché specchio di una realtà ormai tutt’altro che periferica, emblema del disagio morale e valoriale che ormai impera in un contesto sociale sempre più ampio della popolazione. È un centro di raccolta di storie fatte di paure e di sorrisi, di ironia (e qui va un doveroso plauso a Beatrice Schiros, nella sua caratterizzazione di un’ucraina affittauteri innamorata delle canzoni Disney) e dell’immediato confronto con la realtà, crudele e senza perdono per questi personaggi. Ma un plauso va a tutti gli attori che portano in scena il testo: oltre alla versatilità interpretativa della già citata Schiros, vanno menzionate le interpretazioni anche degli altri artisti: Alessandro Federico, Massimiliano Setti, Pier Luigi Pasino e Federico Vanni (e la voce fuori campo di Alessandro Haber) restituiscono una solidità interpretativa stupefacente. Ciò che sorprende sono i tempi di recitazione che scandiscono questa messa in scena. E a convincere sono proprio gli sguardi, il non detto, i cambi di tono nella voce, le battute dette con rigoroso rispetto del tempo teatrale, facendo respirare la partitura drammaturgica che solo in questo modo sembra acquisire ragion d’essere. Pare ovvio, ma nel teatro di oggi rispettare i tempi di interpretazione è cosa assai rara. E Carrozzeria Orfeo, con questo Animali da bar, sembra esserci riuscita, oltre al fatto di aver portato in scena uno spettacolo che passa a pieni voti sulla scena del Bellini.
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