Interviste, Recensioni

Ricordi di un teatro immaginato

Parlare di teatro di questi tempi è quanto mai complesso. Da quando il lockdown ha imposto a tutte le arti di chiudere le proprie forme di comunicazione inevitabilmente connesse all’esigenza di dialogare con un pubblico presente in un luogo artistico – sia esso una sala teatrale o cinematografica od un museo – l’arte tutta vive un momento di stasi, di meditazione culturale che ha portato ad innumerevoli spunti di riflessione.

Ciò che emerge in misura evidente è la centralità della cultura teatrale in Italia che, seppur ancora non riconosciuta quanto meriti dalle isituzioni e dalle autorità italiane ha saputo riformarsi ed organizzarsi autonomamente attraverso una vulcanica produzione e presentazione di offerte teatrali che hanno significato un tratto distintivo dell’offerta culturale italiana, con incassi importanti per quasi tutte le sale teatrali di ogni ordine e grado. E’ altrettanto logico, però, che il teatro resta tutt’altro che egualitario: gli artisti ed i lavoratori dello spettacolo scontano ancora ataviche diseguaglianze legate a finanziamenti, fondi di sviluppo regionali e sussidi di natura economica troppo spesso connesse a ben radicati posizionamenti politici territoriali. Ciò ha permesso ad importanti produzioni di portare avanti rappresentazioni scialbe, a tratti commiserevoli, ai danni di un fervore artistico particolarmente apprezzato dal pubblico e dalla critica fuori dalla logica mainstream che ancora è costretto a fare e vivere di teatro con tutte le complicazioni del caso.

Ecco che quindi in questi due mesi di lockdown – che, purtroppo per il teatro, saranno molto più di due mesi – la narrativa teatrale si è frammentata in una discussione culturale che ha posto spesso in evidenza l’elemento politico quale tessera di un mosaico da tenere debitamente in considerazione nel suo complesso. Ciò è avvenuto a ragion veduta, nella speranza di molte maestranze artistiche di vedere una nuova primavera culturale nella quale si ripensi totalmente il modo di vedere un processo che funziona, ma sembra ancora regolato in modo disomogeneo. Il teatro così discusso è un teatro immaginato, che crea suggestive visioni, affascinanti scenari culturali, speranzose frontiere per gli artisti ed un pubblico che desidera tornare al più presto in un teatro. Il teatro immaginato è al momento l’unica cosa che possiamo avere del teatro.

Ma l’immaginazione teatrale vive e si alimenta, sia nel processo creativo-artistico sia nell’emotività trasmessa allo spettatore, attraverso il fondamentale ruolo del ricordo, che ispira, consola, suggerisce; definendo un immaginato teatrale che alimenta il ricordo sia della parte recitante che della parte ricevente l’improvviso teatrale.

Ricordo e non memoria, perchè l’etimologia del ricordo possiede in sè il cor, il cuore di un momento che conserva l’emotività più intima che uno spettacolo ha lasciato nell’animo di chi lo ha visto o rappresentato, e che ri-corre (da qui ricordo) allorquando quella rappresentazione spinge a nuove considerazioni, nuovi universi prima non considerati che lo spettacolo permette di esplorare. Senza ricordo non c’è sentimento, e senza sentimento non ci sarebbe teatro.

Il teatro diventa allora immaginato nella sua dimensione emotiva, pensato nella sua capacità di rinnovarsi pur attingendo sempre a quel bagaglio di pensieri, vissuti, monologhi ed interpreti che hanno significato un ricordo nel pubblico di una sala. Ecco che allora, nell’attuale contesto di diatribe e divergenze di vedute culturali e teatrali , il teatro non deve perdere di vista il punto cardine su cui fonda il suo elemento qualitativo: la capacità di creare immaginari teatrali che nascono dalla passione, dall’amore che spinge sempre il teatro a nuove forme di comunicazione attraverso nuove drammaturgie ed allestimenti teatrali. E’ solo mediante quel constante lavoro di riflessione teatrale, così simile all’io amletico logorato dal suo stesso quesito esistenzialista o ancora dalle critiche autoreferenziali e piccolo-borghesi dei drammi di Cechov e Ibsen che nasce pulsione teatrale. Il faticoso lavoro creativo e l’esigenza comunicativa del teatro non esiste, non vive, se il teatro immaginato non prende forma, se il ricordo non si trasforma un rinnovato slancio artistico, culturale, comunicativo che spinge sempre ad attingere dal passato per pensare ciò che dovrà essere per trasformarsi in presente, in quell’improvviso teatrale che segnerà nuove immaginarie suggestioni nella memoria collettiva di ciascuno di noi.

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