Il 18 e il 19 luglio al Cortile centrale del Palazzo di Capodimonte torna in scena, in una chiave tutta nuova, lo spettacolo pluripremiato (elezione Visionari Kilowatt Festival e Artificio Como 2016, Vincitore all’unanimità del Premio alla produzione Scintille 2015, Premio Nazionale Giovani Realtà del Teatro 2015, indetto dall’Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine: spettacolo vincitore del Premio Speciale, Premio Giuria Allievi Nico Pepe e Premio del Pubblico e Premio Hystrio-Iceberg 2019) Sulla morte senza esagerare, prodotto dal Teatro dei Gordi in collaborazione con il teatro Franco Parenti. Lo spettacolo è ideato da Riccardo Pippa, che ne cura anche l’allestimento.
In una scena vuota, con una panchina al centro del palcoscenico ed una luce intermittente a fianco, la Morte sta seduta in attesa del prossimo (sfortunato) passante costretto a passare a miglior vita. È una figura calma, che ripete con metodica precisione le procedure di accreditamento del compassato che si trova a bussare alle sue porte. È in questa attesa perenne che la morte si imbatte però in personaggi tutti diversi l’uno dall’altro, chi rassegnato al sopraggiungere della morte, chi ostinatamente zelante del trapasso tentando invano di suicidarsi, chi invece riesce a scamparla all’ultimo, tornando in vita dopo un incidente in moto. In questa miscellanea di protagonisti, la Morte, senza parlare, dà il benvenuto ai malcapitati in una dimensione sospesa, a tratti paradossale. Paradossale perché il regista Pippa, con gli interpreti sulla scena (Giovanni Longhin, Andrea Panigatti, Sandro Pivotti, Matteo Vitanza) riescono a giocare brillantemente con il tema della morte, grazie alla capacità di rendere questo spettacolo un grottesco quanto esilarante viaggio nel trapasso finale. Lo fanno con educazione e con eleganza, con un’ironia velata che, in assenza di dialoghi, centra la comunicazione teatrale sui movimenti, sulle azioni di questi personaggi che si guardano, si avvicinano, si osservano, talvolta guardano alle quinte quasi prefigurando un cambio di dimensione tra quello che c’è in palcoscenico e quello che invece continua a essere nascosto al pubblico. L’artifizio scenico, perfezionato dall’uso di maschere di cartapesta, si rende curioso e divertente per lo spettatore, che anche in assenza di comunicazione resta interessato allo svolgimento della rappresentazione ed a comprendere quel paradossale quanto grottesco filo logico come verrà dipanato dai personaggi sulla scena.
Lo spettacolo prende vita da un omaggio che la compagnia ed il regista hanno voluto fare alla poetessa polacca Wisława Szymborska, con la sua poesia che dà il titolo allo spettacolo. Ma la capacità di dosare correttamente questo complesso tema con l’ironia, con la piacevolezza comunicativa dei corpi e degli atteggiamenti che forse alla fine renderanno simpatica persino la Morte, così sventurata a trovare personaggi lontani dalla sua visione lineare della finitudine, esorcizzano e smitizzano la pericolosità con cui ci si avvicina alla fine della vita. Perché non vi è modo migliore che ridere alla morte stessa per sconfiggerla, e questo spettacolo lo ha capito bene, raccontandone la sua natura con simpatia e adattandola alle attuali circostanze artistiche. Infatti, oltre che all’evidente aderenza di questo spettacolo, seppur casualmente, alle disposizioni normative in campo teatrale (utilizzando gli interpreti maschere integrali e guanti che fungono da costumi della messinscena) la mise si dimostra ancora più necessaria in quest’era apparentemente post-pandemica, nella quale a lungo si è vissuto con il timore del contagio, di fronte alla sempre incombente paura di una mors inaspettata quanto contagiosa. Mai come di questi tempi scherzare su tali temi – con alcuni personaggi mascherati che, al loro confronto con la morte, sono costretti ad una pseudo-sanificazione da parte di alcuni esilaranti tecnici con angeli custode in aiuto della protagonista per aggiustare lampadari, riparare campane e mettere in sicurezza questo paradossale luogo sospeso nel nulla – è pratica intelligente e rinfrancante per tutti.
Perché solo la cultura può scherzare sulla morte senza mai peccare di hybris, solo il teatro può mettere sulla scena un tema di questo tipo e umanizzarla al punto tale da riderci sopra. E soprattutto perché, forse, si dovrebbe comprendere che, di fronte alla finitudine dei tempi moderni, il teatro può rappresentare l’unica risposta intelligente, la sola medicina per curare uno spirito che in questi mesi aveva mancato la sua consueta terapia con la cultura. Avvicinandosi, senz’ombra di dubbio, all’appuntamento con la morte. Culturale, s’intende.
WISŁAWA SZYMBORSKA – SULLA MORTE SENZA ESAGERARE
Non s’intende di scherzi, stelle, ponti, tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.
Quando conversiamo del domani intromette la sua ultima parola a sproposito.
Non sa fare neppure ciò che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa, né mettere insieme una bara, né rassettare il disordine che lascia.
Occupata a uccidere, lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.
Vada per i trionfi, ma quante disfatte, colpi a vuoto e tentativi ripetuti da capo!
A volte le manca la forza di far cadere una mosca in volo.
Più d’un bruco la batte in velocità.
Tutti quei bulbi, baccelli, antenne, pinne, trachee, piumaggi nuziali e pelame invernale testimoniano i ritardi del suo ingrato lavoro.
La cattiva volontà non basta e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
e, almeno finora, insufficiente.
I cuori battono nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline, e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.
Chi ne afferma l’onnipotenza è lui stesso la prova vivente che essa onnipotente non è.
Non c’è vita che almeno per un attimo non sia stata immortale.
La morte è sempre in ritardo di quell’attimo.
Invano scuote la maniglia d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre il tempo raggiunto.
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