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Il tuono dirompente nella commedia di Scarpetta

Un coup de foudre, un fulmine: questo il titolo della commedia originale di Léon Xanrof e Antony Mars che diventerà nelle mani dell’autore e attore Vincenzo Scarpetta ‘O tuono ‘e marzo, trasposizione napoletana del fortunato spettacolo francese che il figlio di Eduardo Scarpetta porterà sulla scena italiana ereditando il personaggio di Felice Sciosciammocca ed inserendolo all’interno della commedia originale. Debutta nel cortile del Maschio Angioino, nell’ambito della rassegna Scena Aperta, il nuovo allestimento della commedia scarpettiana curato da Massimo Luconi e prodotto dal Teatro Stabile di Napoli.

‘O tuono ‘e marzo è una commedia con un registro drammaturgico assai singolare: da un lato Vincenzo Scarpetta eredita dal padre i meccanismi comici tipici della farsa napoletana a cavallo tra la fine dell’Ottocento e le prime tre decadi del Novecento, fatte di una caratterizzazione degli interpreti caricaturale con echi alla più classica commedia dell’arte. Ma la pregevolezza di questo lavoro sta nella sua innovazione intrinseca che Vincenzo Scarpetta imprime come registro narrativo, rimanendo fedele all’ormai amatissimo personaggio di Felice Sciosciammocca, che il pubblico tanto aveva applaudito nell’interpretazione consacrante di Eduardo Scarpetta, che viene qui portato sulla scena privandolo dal canone macchiettistico di buffone e scapestrato protagonista sempre di fronte a nuove sventure. In Vincenzo Scarpetta il personaggio di Felice viene spogliato di qualsiasi connotazione tipizzata per adattarsi di volta in volta sulla partitura drammaturgica attraverso una caratterizzazione che fa rimanere di Felice soltanto il nome, essendo quindi capace di fuggire dall’artifizio scenico che lo vedeva legato ad una maschera pulcinellesca del teatro napoletano. Ed è questo senz’altro uno degli elementi che segnano l’inizio di una nuova forma di teatro, in cui si inserisce ‘O tuono ‘e marzo.

Una commedia fatta di equivoci, di poveri scapestrati come Torillo, meglio conosciuto come Salvatore Scarola (nell’allestimento interpretato da un convincente Gigi Savoia) che tenta di sbarcare il lunario, scatenando un meccanismo comico serratissimo quando deciderà di fingersi padre dell’orfano Felice, interpretato da un Carmine Borrino che riesce con sicurezza a tessere le trame di un racconto che nel testo va facendosi sempre più intricato e paradossale. Il meccanismo della conversazione diretta con il pubblico in proscenio, nonché della incomunicabilità tra personaggi che non si parleranno mai direttamente sulla scena, incrementando di conseguenza la complessità del paradosso scenico, contribuisce a creare un allestimento che nelle mani di Luconi sembra ben curato e con un ritmo capace di coinvolgere ed interessare lo spettatore.

Ciò avviene anche grazie alla compagnia in scena che, oltre Savoia e Borrino, vede nell’allestimento Tonino Taiuti, Anna Carla Broegg, Carlo Caracciolo, Antonello Cossia, Gino De Luca, Antonella Stefanucci e Dalal Suleiman, interpreti di pregevole fattura, che dimostrano compattezza intorno ad un testo che prevede proprio nella sua coralità l’elemento portante, e quindi nell’evidente esigenza di ciascun personaggio di inserire un tassello narrativo che complicherà le vicende della vita del protagonista Felice, incrementando la dose di comicità di cui il testo è permeante.

Molto curati ed aderenti all’allestimento proposto i costumi di Aurora Damanti, nonché le musiche di Paolo Coletta che partono dalle canzoni inedite di Vincenzo Scarpetta per sviluppare melodie che accompagnano con piacere le narrazioni sceniche.

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