«Lavorare per il Teatro Nuovo ha significato adoperarsi per l’incerto. Ha richiesto investimenti umani ed economici per costruire una realtà culturale che non esisteva nel panorama teatrale di Napoli e che, almeno all’inizio, non garantiva certezze». Con queste parole Angelo Montella, responsabile insieme a Igina Di Napoli della ricostruzione dei locali del Teatro Nuovo negli anni ’80 e adesso autore dell’autobiografia “La vita è una partita doppia” (Liguori Editore, 189 pp.), ha presentato il suo libro al Barrio Botanico di Palazzo Fondi lo scorso 14 luglio. Una presentazione che ha visto partecipare numerosi esponenti della cultura e del teatro napoletano, assieme alla presenza dello stesso Montella, di Stefano De Matteis, che firma l’introduzione del volume, del Presidente dell’Associazione Quartieri Spagnoli, Giovanni Laino e delle letture a cura di Andrea Renzi.
«Quando mi trasferii in Arabia Saudita, lavoravo da imprenditore e cercavo da subito di immaginare delle soluzioni culturali che potessero collegare il mio lavoro fuori dall’Italia con il teatro. Nel momento in cui sposai Igina Di Napoli, che già lavorava con diversi teatri del territorio napoletano, immaginammo di aprire insieme uno spazio che potesse dare voce a nuove realtà attoriali emergenti». L’Arabia Saudita, nonostante i lauti guadagni, piaceva sempre meno. Gli echi teatrali di Napoli si facevano sentire, l’anima imprenditoriale di Montella voleva nuovamente veleggiare verso Napoli, per tornare a pensare al teatro.
È qui che arriva il Teatro Nuovo. O, almeno, quel che ne rimaneva. Quando Montella puntò gli occhi sulle ceneri di una struttura che aveva alle spalle un passato grandioso, lo spazio era diventato in parte cinema, in parte falegnameria e al piano superiore casa per appuntamenti. Inutile dire che Montella riuscì ad acquisire solo cinema e falegnameria. In quello spazio ricavato, rinasce il Teatro Nuovo. All’epoca i teatri erano pochissimi. Politeama, Sancarluccio, San Ferdinando, Biondo e pochi altri.
Il Nuovo piacque da subito ad attori e spettatori. Era uno spazio che offriva un’idea di teatro mai vista a Napoli, una realtà sperimentale che la critica ha poi riconosciuto come una tappa fondamentale della storia del teatro italiano del secondo Novecento. «Leo de Bernardinis mi disse che il Teatro Nuovo era la sua sala preferita a Napoli. Gli piaceva il contatto ravvicinato tra la platea e il pubblico, che non avvertiva altrove», dice Montella. «E poi il Nuovo diventò un punto di aggregazione del teatro sperimentale: oltre a de Bernardinis, Antonio Neiwiller, Mario Martone, Toni Servillo, Antonio Latella, Pippo Delbono, Carlo Cecchi, Renato Carpentieri, Enzo Moscato e molti altri». Il Nuovo ha cambiato un quartiere complicato, i Quartieri Spagnoli di Napoli, non ancora pronto in quel periodo ad accogliere una novità teatrale che stava dando voce a interpreti emergenti della scena italiana.
Il teatro sperimentale di quegli anni era una ventata culturale mai vista nelle sale di Napoli. Erano gli anni ’80, subito dopo il terremoto dell’Irpinia. Il Teatro venne diviso in due spazi, come è tutt’oggi: Teatro Nuovo e sala Assoli. Il primo, più grande, capace di ospitare più pubblico e compagnie numerose; più raccolto il secondo, dedicato appunto agli “assoli” degli interpreti e ad un rapporto più intimo con il pubblico. Montella rimane al timone del Nuovo fino al 2011, anno in cui il Teatro Pubblico Campano acquisisce la sala di Via Montecalvario. La lezione di Montella è rimasta immutata: dedizione, passione, spirito imprenditoriale e tanto coraggio. Coraggio di sperimentare, di proporre al pubblico qualcosa di mai visto prima in città e forse in Italia, di aprire in un quartiere che all’inizio guarda con diffidenza alla presenza di attori e artisti in quelle viuzze del centro di Napoli. Citando lo scrittore Roberto Bolaño, bisogna restare in piedi senza essere né codardi né cannibali. E Montella, con il suo Teatro Nuovo, ci è riuscito.
«Ho sempre fatto le cose con tenerezza, non ho mai detto di no a nessuno. E poi eravamo anarchici, nelle idee, nelle possibilità, nelle sperimentazioni», conclude Montella, sempre con un mezzo sorriso sulle labbra. «Spero che il libro che ho scritto, oltre a poter lasciare una memoria storica del Teatro Nuovo di Napoli dopo gli anni Ottanta, possa far capire cosa significa fare le cose con amore, dedicarsi a un progetto e crederci fino in fondo per avere dei risultati per la comunità e per la cultura».
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