Che cosa vuole raccontarci questo testo di Bernhard, ambientato nell’Austria del 1988, così diverso dai lavori precedenti dell’autore e lascito teatrale di matrice evidentemente politica che vede la sua prima rappresentazione italiana grazie alla regia di Roberto Andò al Teatro Mercadante di Napoli? Piazza degli eroi – in scena a Napoli fino al 31 ottobre per poi proseguire la tournée a Milano, Roma, Firenze e molti altri palcoscenici italiani – è un testo che nella sua complessità interpretativa vuole raccontarci un messaggio chiaro: la pregnanza di un odio sociale latente che non ha confini. Odio che viene raccontato in una fase storica che, nonostante sia successiva di oltre quarant’anni alla Seconda guerra mondiale, continua a custodire in sé il fastidiosissimo seme dell’antisemitismo, dell’odio, della discriminazione più o meno palese nei confronti del diverso. Un’Austria ferita, che dopo l’acclamato Anchluss con il Terzo Reich aveva ancora ben salde quelle ideologie di supremazia ariana e antisemita che non si erano assopite neanche con la fine della guerra.
Protagonista assente ma centrale durante l’intero testo di Bernhard è Josef Schuster, professore di matematica di ritorno nella sua patria viennese dopo aver insegnato a Oxford. Ciò che vi trova è un cumulo di macerie spirituali, un paese socialmente e culturalmente fiaccato da una vuotezza morale che si perde nei meandri dell’ignoranza, del disinteresse, se non addirittura dell’odio – silenzioso ma tangibile – verso il diverso.
Schuster, matematico di professione, uomo rigoroso ma sensibile al vuoto che lo circonda, non ce la fa: il suo suicidio segna il momento di partenza nella narrazione del testo, con il tentativo dei protagonisti di tessere la trama di un racconto tra ciò che il professore era e ciò che ne sarà ora di loro. Fil rouge di questo racconto sono i personaggi che avevano maggiormente conosciuto il professore: la severa Signora Zittel (interpretata da una convincente Imma Villa), il fratello di Josef, Robert (con in scena un fuoriclasse d’eccezione come Renato Carpentieri), o ancora Betti Pedrazzi nel ruolo della moglie del matematico austriaco. Con loro, in scena anche Silvia Ajelli, Paolo Cresta, Francesca Cutolo, Stefano Jotti, Valeria Luchetti, Vincenzo Pasquariello, Enzo Salomone.
Queste figure che popolano i tre diversi momenti del racconto sembrano vivere in una dimensione sospesa, tra l’amaro ricordo del professore appena scomparso e il tentativo di esaminare le cause del suicidio di un intellettuale così duro con sé stesso e con gli altri. In questi dialoghi, si avverte un senso di vuoto, di preoccupazione sconvolgente per le dinamiche che riguardano la società austriaca, ma non solo. Come riportato da un illuminante monologo del fratello Robert nel secondo atto, la gabbia d’acciaio in cui si trovano a vivere è condizione comune dell’umanità, nell’attesa di «un regista che li sprofondi definitivamente nel baratro».

L’Europa tutta, lacerata prima dal conflitto e poi dall’odio latente che si manifesta culturalmente, ideologicamente e politicamente, appare senza speranza. Il monologo di Robert Schuster, filosofo, per ironia del destino anch’esso intellettuale ma di formazione spiccatamente umanistica, è diametralmente opposto al pensiero del fratello. Il primo, debole e ormai anziano, analizza cinicamente la società che lo circonda, consapevole che il lascito alle generazioni successive non può che condurre verso quell’inesauribile caduta verso un “fondo”, morale, spirituale, ideologico, che sembra non avere mai una fine. La sua è resa nei confronti dell’odio, lucida analisi di un processo sociale incombente che non si può arrestare. Il fratello invece rigetta questo apparato di odio, tentando di sconfiggere le tenebre del pensiero con il suicidio. La sua drasticità, frutto anche della severità stessa della matematica, è tentativo disperato di dare fine alla sofferenza che lo attanaglia. Il matematico che vede un cambio di equazione in un risultato scientificamente provato non riesce ad accettare, forse nemmeno a discutere, la rivoluzione copernicana a cui sta assistendo, decidendo perciò di abbandonare tutte le sue convinzioni, le sue certezze e il suo rigore come fa il Professor Josef Schuster.
Evocative di questo vuoto collettivo le scene e il disegno luci di Gianni Carluccio, con il meraviglioso gioco di scena delle foglie che, lentamente ma in modo inesorabile, cadono in un mese di marzo uggioso e indecifrabile, proprio come gli spiriti dei protagonisti che nel tentativo di dialogo cercano di trovare razionalità nella tenebra.
Roberto Andò porta in scena un testo impegnativo, tecnicamente e ideologicamente, con successo. Gli echi alla società attuale, dominata dall’odio nei confronti del diverso nonché dalle stesse logiche razziste e nazifasciste che dominano il continente europeo, fino forse a essersi sviluppate a livello endemico nell’intero occidente, sono palesi. Il silenzio assordante della società civile, parte lesa e al contempo esecutrice materiale del delitto sociale, quasi inquieta lo spettatore, posto di fronte al difficilissimo compito di capire se il suo contributo al vivere in una comunità stia danneggiando o favorendo i legami di coesione interindividuale. O, in ultima istanza, se abbia deciso una “coraggiosa resa”, come lo stesso Robert Schuster, conscio dell’inevitabilità del buio che lo circonda.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
