Recensioni

Leopardi in scena al TRAM con Le Operette morali

Una ripresa progressiva, ma fiduciosa, accompagna la sala di Port’Alba del Teatro Tram che dal 14 ottobre fino a fine mese porta in scena Le operette morali di Giacomo Leopardi, una produzione Teatro dell’Osso e Il demiurgo in collaborazione con il Teatro Tram. Il regista (nonché direttore artistico del TRAM) Mirko Di Martino seleziona dieci delle ventiquattro operette del celebre autore ottocentesco per portarle in scena con due interpreti, Antonio D’Avino e Nello Provenzano.

Nella trasposizione scenica, Di Martino allestisce i celebri dialoghi della Natura con un islandese, di Cristoforo Colombo con Pietro Gutierrez, del venditore d’almanacchi e di un passeggero o ancora di Tristano con il suo amico.

Le operette leopardiane si caratterizzano per una complessità narrativa che fa di questi brevi testi partiture del tutto sui generis nello scenario letterario dell’Ottocento. Nella stravaganza dei personaggi che compongono questi racconti, nei dialoghi prima metafisici o di natura filosofica poi con echi al fiabesco o al tono ironico, si evince il carattere prismatico delle Operette, pregnante di riflessioni che Leopardi contribuisce a comunicare al suo lettore. In questa insolita veste scenografica a cui si assiste, l’intero spazio scenico è funzionale ai sempre diversi allestimenti che vengono proposti allo spettatore, con i due interpreti nel complicato ruolo di prestare prove attoriali camaleontiche sulla base dell’Operetta rappresentata.

La rapidità della piéce è quindi mantenuta nell’intuizione registica attraverso brevi ma funzionali cambi nelle attrezzature di scena che permettono di spaziare da un testo ad un altro, nonché nella praticità di due soli interpreti che si distinguono proprio nella perizia di indossare “maschere” dei personaggi ogni volta diverse tra loro. Come dice lo stesso Di Martino sullo spettacolo «sembra di assistere a una serie antologica distopica, un Black Mirror dell’Ottocento: in quale altro testo potremmo trovare un folletto e uno gnomo che discutono della scomparsa del genere umano, un mago che evoca un demone, morti imbalsamati che risorgono, uno scienziato che ha scoperto il segreto della vita eterna, la natura che ha preso le forme di una enorme donna distesa sul fianco di una montagna?». In effetti, quelli che ci vengono proposti in questo allestimento sono testi evocativi, senza’altro frutto della matrice intellettuale e dello sconfinato pensiero – sempre in bilico tra l’immaginario letterario e l’amara realtà – che Leopardi ci vuole suggerire. In quel terreno di scontro tra lo slancio vitale e l’amara accettazione della realtà, tra la fantasia e la tristezza del quotidiano, si tessono le trame del pensiero di Leopardi. È solo nella ricerca, nel vano quanto disperato tentativo di cogliere le istanze del mondo reale attraverso la fantasia, che è possibile cercare di comprendere, anche solo parzialmente, la difficoltà della realtà che ci circonda.

Le operette morali, nell’allestimento qui proposto, sembra essere uno spettacolo audace e costruito con ragionevolezza, ponderato sulle ottime capacità teatrali dei due attori che popolano la scena e drammaturgicamente fedele ai testi originali, pur non esagerando nella lunghezza della rappresentazione o rischiando di sfociare in superflui orpelli nella messinscena che altrimenti avrebbero rischiato di distrarre l’attenzione dello spettatore. In conclusione, questo allestimento merita di essere applaudito per cogliere l’occasione di assistere ad un’interessante (e a dire il vero assai rara) volontà di portare in scena uno degli autori più grandi della letteratura italiana che, pur non prevedendo la rappresentazione delle sue opere a teatro, già includeva all’interno dei suoi testi una chiara matrice creativa che, come ci dimostra lo spettacolo in questione, ben si presta a quella tensione drammaturgica che vede nell’eterno contrasto tra finzione e realtà quella dimensione artistica che solo il teatro è in grado di garantire.

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