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“Peggy Pickit guarda il volto di Dio” di Roland Schimmelpfennig, regia di Marcello Cotugno

Peggy Pickit guarda il volto di Dio è la storia di due coppie che, a distanza di anni, si ritrovano a cena. Si erano conosciuti tutti alla facoltà di medicina, poi la vita li ha separati: Liz e Frank sono diventati una famiglia della borghesia tedesca, con una figlia e una vita agiata. Karen e Martin sono partiti per l’Africa, con un lungo periodo di volontariato sul campo che li ha portati a conoscere una bambina, Annie, da loro curata e adottata a distanza dai loro amici. Durante la cena, emergono tuttavia alcune ferite lasciate aperte dalla distanza, dalla crasi tra la morale perbenista e la realtà dei fatti, dettata dalla volontà di osservare la vita attraverso una lente troppo distorta per capire le dinamiche che avvengono a migliaia di kilometri di distanza. Ecco che questa lente, così gradata della pulsione borghese in cui si consumano le vicende di questo spettacolo, porta a un paradossale conflitto tra due bambole: la costosa bambola occidentale Peggy Pickit con la ben più modesta bambola di legno che Karen e Martin hanno portato dall’Africa. Nel conflitto, emerge la bieca ironia di prevaricazione di Peggy Pickit: è più grande, bella, costosa. È costruita meglio, è fatta per far giocare e divertire le bambine tedesche, di modo tale che esse possano vantarsi del possesso di questo oggetto di fronte alla giudicante morale occidentale, fatta di uso e consumo rapido, di ostentazione della ricchezza e di inseguimento di un non meglio definito concetto di bellezza.

Recensione completa al sito di Proscenio.

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