Recensioni

Bros, di Romeo Castellucci, al Teatro Bellini di Napoli

Dal 13 al 18 dicembre è in scena al Teatro Bellini di Napoli la nuova “concezione” di Romeo Castellucci Bros, musica di Scott Gibbons, con Valer Dellakeza e gli agenti Luca Nava e Sergio Scarlatella, nonché un nutrito cast di attori che popola la scena di questo spettacolo. Recensire un lavoro del Castellucci è un impegno non di poco conto, giacché l’artista intende proporre al pubblico e alla critica piéces che si compongono di molteplici elementi artistici: dalla prosa alla letteratura, dalle arti visive alle arti figurative, mettendo insieme un bagaglio di “elementi” che sono particolarmente difficili da analizzare se non nel loro complesso.

 Bros è il più recente spettacolo firmato da Castellucci e intende portare in scena la barbarie del potere, la violenza dell’autorità precostituita che da azione diventa ripetizione pedissequa del comando, esecuzione sterile dell’atto di forza attraverso cui si afferma la superiorità dell’uomo sui suoi pari.

Al limite tra uno scenario distopico e un’ambientazione “claustrofobica” che intende saturare gradualmente lo spazio scenico man mano che il potere prende piede, Bros vede in scena poliziotti, tutti di sesso maschile, quali figure obbedienti del potere – elemento intangibile eppur pervasivo di questo spettacolo – che mettono in mostra la loro violenza, attraverso un’affermazione di forza con cui gli organi di polizia acquisiscono auto-consapevolezza della superiorità e della nettezza del comando.

Lo spettacolo intende altresì turbare, visivamente e psicologicamente, lo spettatore non solo attraverso la scenografia tetra, ma anche attraverso immagini, figure e pose plastiche che si susseguono durante la rappresentazione e che vedono i poliziotti contemporaneamente al comando e succubi del potere, onnipotenti e vuoti.

Bros, come previsto dalla sinossi, prevede la presenza in scena di “uomini di strada” (così qualificati nella locandina) che utilizzano degli auricolari per eseguire ordini radiocomandati. Inoltre, gli attori in scena hanno precedentemente firmato un patto in cui si impegnano di attenersi alle indicazioni che gli vengono trasmesse. Si intende dunque far sperimentare, al pubblico e agli stessi interpreti, un’esperienza dell’alienazione “senza capire, né prepararsi”. Sul punto, vi sono talune obiezioni. Quanto agli uomini di strada, ci si aspetterebbe che l’esperienza scenica sia frutto di un’improvvisazione teatrale, attraverso un esperimento artistico nel quale gli interpreti in scena sono ignari di quanto sta per accadere. Invero, molti di essi sono attori professionisti: non è difficile scorgere tra i molti poliziotti volti di interpreti già visti sulle scene teatrali nazionali. Un secondo elemento che fa sorgere non poche perplessità riguarda l’esperienza dell’alienazione: se per il pubblico tale dato esperienziale è senz’altro riuscito, per gli interpreti ciò risulta decisamente poco credibile. La quantità di poliziotti in scena (più di venti) e l’esecuzione sincronizzata delle tante “figure” che vengono mostrate al pubblico richiede una seppur minima preparazione teatrale, giacché risulterebbe impossibile eseguire comandi per quasi due ore di spettacolo senza una preparazione dei movimenti in scena, come promette la locandina. Anche sulla questione dei radiocomandi chi scrive ha non poche perplessità: non si nota nell’orecchio di nessun interprete la presenza di un auricolare, né tantomeno risulta chiaro il nesso tra il comando (da dove? di chi?) e l’azione dell’interprete in scena, che invero sembra precedentemente costruita.

In conclusione, Bros di Castellucci è uno spettacolo con (poche) luci e (tante) ombre, proprio come nelle intenzioni sceniche del regista. E sono proprio queste innumerevoli ombre a creare quel senso di distacco che se per lo spettatore risultano sconvolgenti e alienanti, per l’attore che esegue il comando sembrano inevitabilmente precostruite, in ragione della perfetta sincronizzazione dei motti, dei versi, delle figure e delle immagini a cui si assiste in scena. Anche l’esercizio del potere, d’altronde, richiede una sua pianificazione.

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