Recensioni

LUNARIA – di Vincenzo Consolo, regia di Alfio Scudieri

VILLA FLORIDIANA – PALCO GRANDE
24 GIUGNO 2023

Fine Settecento, Palermo. Il Viceré ha sognato che la Luna è caduta dal cielo e si è spenta, lasciando un buco nero nello spazio che prima occupava tra le stelle. Ben presto si scopre che questa è caduta davvero, non lasciando più alcun segno nel cielo. Seguono udienze, consulti e pareri, circa la caduta sub specie pluviae della Luna. Le vicende della sua scomparsa si intrecciano con quelle di una Contrada senza nome, dove alcuni contadini guardano sorpresi la Luna che sta per sorgere e che appare insolitamente grande e colorata di rosso scarlatto. Dopo un po’ la Luna ritorna ad essere bianca e luminosa, ma comincia a sfaldarsi e scaglie di Luna cominciano a piovere a terra. Un Caporale ordina ai contadini di raccogliere i cocci di Luna e di metterli in una giara, quindi ordina ad uno di loro, Mondo, di andare dal Viceré per riferire l’accaduto e chiedere istruzioni sul da farsi. I resti della Luna vengono seppelliti in una fontana, ma ben presto essa ricompare proprio al suo posto nel cielo, convincendo il Viceré a decretare il nuovo nome della Contrada, che si chiamerà “Lunaria”.

È questa in estrema sintesi la storia che lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo racconta nell’opera Lunaria, pubblicata per Einaudi nel 1985. Ed è su questa storia che si costruisce lo spettacolo con la regia di Alfio Scudieri, che vede in scena Ernesto Tomasini, Silvia Ajelli e Gabriele Cicirello, per una produzione Scena aperta in collaborazione con Orestiadi di Gibellina. La mise nasce come spettacolo per quadri tra musica e immagini, con un contrabbasso che suona dal vivo e le immagini proiettate su un telo posto in proscenio curate da Enzo Venezia. L’intenzione è quella di ricreare il senso della fiaba di Consolo, delle apparizioni magiche dei personaggi e di rievocare quell’atmosfera lunare, così insolitamente vicina da quando i pezzetti di Luna iniziano a cadere sulla Terra.

Da un lato, il ruolo degli antagonisti è rappresentato dal potere religioso e dagli intellettuali. Gli inquisitori e gli accademici, chiamati a consiglio per risolvere il problema della caduta della Luna, mostrano l’incapacità della cultura fine a sé stessa di affrontare e risolvere i problemi della vita e di riconoscere come componente essenziale del mondo la poesia. La loro elucubrazione dogmatica-astratta impedisce di trovare un’efficace soluzione al fenomeno osservato (“Tacete, pratico! Voi non avete letto – voi non sapete leggere – in libri autorevoli. Voi non conoscete Ippocrate, Galeno, Avicenna, Bellèo, Alàimo, Petronillo…”).

In questo babelico dibattito che va generandosi sulla scomparsa della Luna, è proprio quest’ultima l’oggetto del desiderio, la cui caduta rappresenta per Consolo l’allontanamento della poesia dal mondo. In una sua intervista, Consolo afferma che “ […] oggi più di ieri, credo che il narratore abbia bisogno di tornare alla poesia. In questo senso: questa scrittura laica che è la prosa si è enormemente impoverita e devitalizzata. I mezzi di comunicazione di massa ci spossessano sempre di più della lingua e, con la lingua, anche dei sentimenti. Ecco perché lo scrittore non può più praticare lo stesso tipo di prosa di una volta. […] Credo che l’accento della prosa debba spostarsi sempre più verso la poesia, in senso esterno e formale e in senso intimo, di contenuto”.

La rappresentazione di Scudieri, seppur interessante nel tentativo di unire all’interpretazione dei tre attori in scena la proiezione di alcune immagini, solleva alcune criticità che emergono durante la rappresentazione. Rileva anzitutto una sproporzione tra segmenti dello spettacolo in cui le immagini si susseguono repentinamente ed altre, invece, in cui non ve ne sono affatto. Ciò che manca è dunque una logicità nella promessa di offrire una resa scenica in cui l’illustrazione per quadri si affianca alla narrazione. Convincenti le interpretazioni di Silvia Ajelli e Gabriele Cicirello, che vestono i panni dei numerosi personaggi di Lunaria. Margini di maturazione nella caratterizzazione riguardano invece l’interpretazione del Tomasini, che unisce alle capacità attoriali anche le doti canore, pur non riuscendo il pubblico a capire quale carattere assuma il Viceré nelle vicende portate in scena. Al pubblico poco è chiaro se esso vuole essere un malinconico quanto disilluso reggente al trono, oppure un giullare che si diverte ad osservare con ingenuità le insolite vicende della Luna. Invero, il Sogno del Viceré prelude alla reale caduta della Luna e nella favola teatrale di Consolo questo personaggio vive in una dimensione sospesa tra l’aulico e il farsesco, tra l’amara realtà e il bisogno di fantasia. Meglio sarebbe dunque una costruzione registica in grado di conferire maggiore compattezza narrativa al recitato, anche al fine di garantire credibilità alle molteplici e complesse caratterizzazioni che questo testo offre ai personaggi, nel romanzo così come in scena. Ciò consentirebbe alla rappresentazione di scorrere con un ritmo narrativo maggiormente godibile per lo spettatore, oltre che facilitare la comprensione di un testo che per temi, linguaggi narrativi e intenzioni sottese nel retrotesto necessita di una maggiore semplicità dal punto di vista dell’esecuzione, per una fruizione scenica ottimale.

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