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Un Campania Libri Festival che osa e ci invita ad osare

in foto il Palazzo Reale di Napoli allestito per il Campania Libri Festival

Si può difendere un buon film tratto da un romanzo che però ne stravolge la struttura o è meglio ricorrere all’immancabile “sì, ma il libro è un’altra cosa” per mantenere integro l’aplomb da intellettuale che sfoggiamo con un certo piacere?


Tra le moltissime rivelazioni e i dibattiti sostenuti durante questa edizione del Campania Libri Festival, è emerso un forte desiderio comune di abbandonare le comfort zones in favore del rischio, perché se non si osa non si produce nulla di valido che lasci un segno.
Allora vi invito a questo azzardo: difendete i film tratti dai libri (quando meritano, chiaramente) e potreste farlo spiegando come una storia debba necessariamente adattarsi al mezzo tramite il quale la si racconta.


Federica Pontremoli, sceneggiatrice cinematografica ospite del festival, ha precisato come la struttura di un romanzo deve tener conto dello scorrere del tempo, quella di uno spettacolo delle quinte e dello spazio scenico e quella del cinema del campo e del fuori campo. Piccoli accorgimenti che però hanno un notevole impatto sulla resa.
In un adattamento bisogna arrivare al cuore della storia e tradurlo nei vari linguaggi artistici, indubbiamente intersecabili, ma chiaramente ben diversi tra loro.


Difendendo la produzione cinematografica, però, vi prego di non cadere nell’errore di credere che un’immagine possa valere più di mille parole. Sono fermamente in disaccordo con questo cliché Maurizio De Giovanni e Guillermo Arriaga che sullo stesso palco, anche se in giornate diverse, hanno difeso la bellezza della parola scritta e quanto essa possa essere mirata, capace di rendere più evidente ciò che si vuole trasmettere.


Seppur sia vero quanto detto dai due scrittori sopracitati, in Sala Molteplicità, riproducendo il famoso gesto della mano di “Morte di un matematico napoletano”, Mario Martone ha sfidato chiunque a provare a rappresentare per iscritto quella mimica tanto specifica quanto poetica che con gran semplicità rivela la distanza tra la vita e la parola.


Mi rincresce, ma effettivamente è impossibile descrivere quella mano con la medesima esattezza e pulizia che offre il gesto e in egual modo non mi è possibile senza immagini ed attori poter testimoniare in toto al lettore di questo articolo quanto siano state ricche, piene e sorprendenti le giornate del festival.


Quattro giorni tra autori più e meno noti, creatività, musica, riflessioni, risate, ma anche mistero e noir, per esempio nel racconto di Pupi Avati sul come il suo amore per l’orrorifico risalga alla pittoresca buonanotte che gli dava la madre o Alessandro Cattelan che accenna ad una lettera arrivatagli alla sua casa editrice (Accento) firmata con il sangue.


Giorni, dunque, in cui sacro e profano si sono mescolati, fino agli ultimi appuntamenti del festival, tra i quali la presentazione del libro “Processo a Francesco” di Padre Enzo Fortunato, che sulla scia del diffuso desiderio di mettersi in gioco ha invitato i presenti al coraggio e alla risolutezza.


Un Campania Libri Festival che invita ad osare, rivelando ancora una volta come sia più che capace ed avanguardistica l’organizzazione della Fondazione Campania dei Festival (presieduta da Alessandro Barbano con la direzione artistica di Ruggero Cappuccio), all’interno della quale Massimo Adinolfi, accademico e filosofo, ha vestito il ruolo di curatore editoriale e Titta Fiore, presidente della Fondazione Film Commission Campania, ha magistralmente seguito un ciclo d’incontri con figure tra le più illustri del cinema.

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