In scena dal 17 al 26 novembre
Viaggiare nello spazio e nel tempo è un desiderio recondito di tutti noi.
La possibilità di tornare indietro per cambiare una propria scelta o ancora più in dietro,
a prima di sapere che un domani dovrai scegliere, per scoprire cosa c’è all’origine di
tutto: di te, della tua famiglia, di una storia in particolare o della Storia con la “S”
maiuscola.
E poi il desiderio di andare avanti. Bypassare un momento di fatica e vedere
direttamente i risultati del proprio sforzo o ancora più avanti per scoprire cosa ne sarà
di ciò che hai amato, odiato o non potuto conoscere.
Viaggiare nello spazio e nel tempo. Nello spazio. Spostarsi da uno luogo ad un altro e
scoprire che quella è la chiave per viaggiare nel tempo.
Quando ci fu l’11 settembre, il mondo trattenne il fiato. New York era il futuro e aveva
appena annunciato una delle previsioni più nefaste che l’occidente potesse ricevere.
Probabilmente all’epoca Whaida, una giovane donna nata dalla penna di Mouawad,
realizzò per la prima volta di essere araba, il nemico, e nella New York che l’aveva
cresciuta fu presto costretta a cambiare identità: da araba a femminone, meglio essere
insultata con un “troia” che un “terrorista”.
Nel 1982 Sabra e Shatila furono una finestra sul futuro dell’oriente, sancirono un punto
di non ritorno, eppure riportarono Norah (altro personaggio magistralmente scritto) al
suo passato, l’identità ebraica e i blocchi di sapone le si materializzano violentemente
davanti agli occhi portandola al vomito.
Wajdi Mouawad, attuale direttore artistico del Théâtres de la Colline di Parigi, in “Tous
des oiseaux” ci rivela che non solo i viaggi nel tempo esistono, ma che non puoi
sfuggirgli. “Corsi e ricorsi storici”, per usare le parole di un mio illustre compaesano.
Nella storia che Mouawad ci racconta, viene mostrato come tanti aspetti della vita siano
inevitabili e ineluttabili: l’identità, l’appartenenza ad un gruppo, il dolore, l’amore, la
bugia e la verità.
L’adattamento italiano di “Tous des oiseaux”, “Come gli uccelli”, ha debuttato il 10
ottobre 2023 al festival delle Colline Torinesi con la regia di Marco Lorenzi e ritornerà
in scena, sempre a Torino, dal 17 al 26 novembre presso il teatro Astra.
Marco Lorenzi è stato un mio docente di recitazione negli anni in cui ho vissuto a
Torino e ciò mi ha permesso di conoscere in super anteprima il suo studio su questo
testo e poterci lavorare anche io durante le sue ore di lezione.
Lo scorso 10 ottobre mi ero già ritrasferita a Napoli da tre mesi, ma non ho esitato a
prendere un volo per poter viaggiare nel tempo e assistere al debutto di “Come gli
uccelli”.
All’apertura del sipario, la scena ha preso la forma di una biblioteca universitaria
newyorkese ed io mi sono ritrovata catapultata indietro di due anni.

Ricordo che il regista ci chiese di lavorare sullo scorre del tempo in una biblioteca.
Io nei panni di Whaida e un mio collega in quelli di Eitan, il ragazzo di lei.
Sviscerai tutte le possibilità con il mio compagno di lavoro e decidemmo di mettere
delle sedie in cerchio, corremmo attorno ad esse cambiandoci rapidamente d’abito, poi
io entrai nel cerchio e mi impegnai a leggere un libro sempre in modi diversi e creativi:
ora seduta per bene, ora sdraiata, ora stufata, ora appassionata, il tutto con una musica
che si ripeté per circa tre volte perché né io né il mio istrionico collega eravamo capaci
di dare un punto alla scena.
Il lavoro presentato così non solo non diede l’idea del susseguirsi degli anni, ma suscitò
anche la curiosità di Lorenzi su quando mi fosse capitato di vedere in biblioteca dei
ragazzi leggere stesi per terra mentre giocherellano con le gambe.
Al festival delle Colline, invece, Eitan (Federico Palumeri) è entrato in scena
interrompendo l’azione.
Quella rottura ha mostrato chiaramente che c’era una routine che durava da anni,
consolidata nel tempo, ed è bastato l’aborto di un passo a mostrarci tutto.
I due attori, ancora, hanno aggiunto un ulteriore pienezza alla storia.
Con un semplice sguardo tra Il ragazzo e Whaida (Lucrezia Forni) hanno rivelato al
pubblico che d’ora in poi nulla sarà più come prima. I loro occhi già tradivano una
promessa, ma come dirà poi la soldatessa Eden (Barbara Mazzi), “La promessa non è
mai quella che si crede”.
Lei araba e lui ebreo. Una terra promessa che il accomuna e li divide. Nello spettacolo,
come un basso continuo, promesse e patti si ripresentano più volte facendo da collante
tra passato e futuro.
Scendere a patti… ironico, no? Parlare di patti e promesse in terre tanto violentate.
Quando attorno a te c’è deserto, devastazione, sterilità, allora è il tuo popolo a
riempirsi; di speranza, rancore, sofferenza e odio. Non c’era bisogno, per tanto, di una
scenografia da colossal, anzi.
La scelta registica di rendere la scena sempre più essenziale man mano che si va avanti
con la storia, ha dato maggiore eco alla verità e alla concretezza dei personaggi, ha
stretto ancor più il loro cuore e quello dello spettatore.
Personaggi tanto carichi dei loro desideri di amore e riscatto da riempire il palco solo
col respiro, o quanto meno gli attori in scena sono riusciti a renderli tanto vivi da poterli
interpretare anche solo respirando, di spalle, recitando con la schiena che vibra o per
incanto o per dolore.
Non dare le spalle al pubblico è una delle prima lezioni che s’insegnano a teatro, eppure
la regia di Lorenzi, e l’inventiva e la caparbietà dei suoi attori, ha sfidato la
convenzione, con risultati sbalorditivi.
Un altro azzardo, ancora, ha tentato il regista. In “Come gli uccelli”, Lorenzi propone
una Leah (Irene Ivaldi), nonna di Eitan, con gli occhiali da sole.
Le lenti scure rischiavano di rendere bidimensionale il personaggio e invece (complice
la magia del teatro e una scelta d’interpreti che calza a pennello) la Ivaldi le indossa,
sì, come una corazza, ma lasciando comunque trasparire una forte emozione che
potenzialmente potrebbe esplodere da un momento all’altro.
Nello spettacolo riecheggiano dunque promesse, patti, ma soprattutto esplosioni.
Questa storia, e la Storia in generale, ci ricorda che un’esplosione non viene mai da
sola.
Stavolta il pubblico in sala ha fatto un salto nel futuro: Gaza oggi, adesso.
E ho pianto, una valle di lacrime, quando ero in platea, a Torino.
Ho pianto tanto da fare giustizia al mio iniziale distacco all’arrivo delle prime notizie
sull’attacco di Hamas ad Israele.
Tutti i telegiornali ripetono che si tratta di un “punto di non ritorno”, proprio come
dicevamo pocanzi di Sabra e Shatila, e anche i telegiornali diventano esplosivi e a volte
pure peggio.
Suonano come il fischio nelle orecchie a seguito di una bomba, in una lingua che non
conosci, nel caso di Norah (Rebecca Rossetti), e in una casa che non riconosci, nel caso
di David (Elio D’Alessandro) ed Etgar (Aleksandar Cvjetkovic), rispettivamente
madre, padre e nonno di Eitan.
Il non conoscere o non riconoscere sono, dunque, l’unica ragione per cui non ci
rendiamo conto che intorno a noi tempo e spazio sono in continuo mutamento e
oscillano tra quello che è stato e quello che sarà.
In diversi momenti dell’opera, i personaggi si rifugiano nella propria lingua materna
(soprattitolata in scena), il tedesco, l’ebraico o l’arabo, facendo sentire in difetto chi
quelle lingue non le parla o non le sopporta; eppure si va a formare un certo equilibrio,
una certa armonia che le accomuna.
Questa vicinanza, però, è evidente solo agli occhi dello spettatore che ha il privilegio
di guardare il tutto da fuori, mentre i personaggi da dentro sono troppo coinvolti per
conoscere o riconoscere questa familiarità.
Wazzan (Said Esserairi), Etgar giovane (Raffaele Musella) e Leah giovane (Barbara
Mazzi), forse sono i soli, facenti parte di un passato che prepotentemente si ripresenta,
che potrebbero aprire gli occhi alla loro famiglia, alla loro tribù, ma in fondo in fondo
la verità nessun uomo la vuole sapere, ognuno spera che il futuro non sia già scritto e
che il passato resti morto e sepolto.
Dunque, il desiderio di viaggiare nel tempo si scontra con il timore della scoperta,
d’altronde “chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quel che lascia, ma non quel
che trova”, citando stavolta un piemontese, visto che lo spettacolo è stato costruito a Torino.
Se, però, “Come gli uccelli” ha attirato la vostra curiosità (e se siete arrivati a leggere
l’articolo sino a questo punto, probabilmente l’ha fatto) vi inviterei di cuore a prendere
un aereo o treno o auto per vedere lo spettacolo e costatare voi stessi che spostarsi tra
lo spazio e il tempo può far paura, ma aprirvi gli occhi ad un mondo nuovo che ancora
non conoscevate.
Un rischio? Un azzardo? Assolutamente sì, ma solo rischiando si fanno grandi cose.
Lorenzi ha osato ed ha realizzato uno degli spettacoli più belli che abbia mai visto in vita mia, e tu? Hai il coraggio di osare?
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