Recensioni

Uno sguardo dal ponte, di Arthur Miller – regia di Massimo Popolizio

Dal 21 al 26 novembre al Teatro Bellini di Napoli

Come si può amare senza possedere? Come si giustifica il diritto, di fronte alla tragedia della miseria umana? Fino a che punto si è disposti ad accettare l’altro, come parte integrante di un tessuto sociale variegato e complesso che mette in discussione l’ordine precostituito? Uno sguardo dal ponte di Arthur Miller è un capolavoro drammaturgico ambientato in una Brooklyn che di americano non ha quasi nulla: i manovali, i marinai, lo stesso sistema di “integrazione” del migrante irregolare (cosa ben diversa dalla sua effettiva registrazione) è il risultato di un sistema di comando di uno sparuto gruppo di italiani che tenta di fare fortuna in America. Nell’allestimento con la regia di Popolizio, in scena al Bellini fino al 26 novembre, la scenografia di Marco Rossi fa intravedere le assi di ferro del celeberrimo ponte del quartiere di Brooklyn, negli anni ‘5o di una New York in piena fase di urbanizzazione con un significativo afflusso di migranti provenienti per larga parte dal Sud Italia e disposti a qualsiasi lavoro per tentare la fortuna.

Quello che colpisce Miller è un fatto di cronaca, a cui si ispira per questo testo: una vicenda familiare torbida fatta di una passione compulsiva, di un contrasto tra lo status quo e l’affermazione di un nuovo paradigma sociale, di una dipendenza larvata in un contesto familiare che imprime le regole di un diritto non scritto, ritenuto necessariamente superiore a quello dei codici e delle leggi. Massimo Popolizio è regista e interprete del protagonista dello spettacolo, l’italo-americano Eddie Carbone, attorno al quale ruotano le diverse vicende che si portano in scena, per questo allestimento prodotto dalla Compagnia Umberto Orsini, dal Teatro di Roma – Teatro Nazionale e da Emilia Romagna Teatro Fondazione, con una traduzione del testo di Masolino D’Amico. In scena con Popolizio, ci sono Valentina Sperlì, Michele Nani, Raffaele Esposito, Lorenzo Grilli, Gaja Masciale, Felice Montervino, Gabriele Brunelli, Adriano Exacoustos.

Non si fatica a credere a quanto dichiarato in alcune interviste dallo stesso Popolizio, sulla durata perfettamente identica di ciascuna rappresentazione in ragione di uno studio del testo con cronometro alla mano, in cui ciascuna parte dell’allestimento segue un ritmo incastrato in una partitura scenica con un’attenzione maniacale ai dettagli, in ragione dei tempi del recitato, delle musiche che accompagnano a lungo le battute degli attori e dei cambi di scena. In questa scomposizione “anatomica” del testo, non rileva tuttavia unicamente la presenza costante di una tecnica teatrale, registica e interpretativa, difficilmente contestabile, ma anche la possibilità di contestualizzare alcune battute, di porre l’attenzione dello spettatore su alcuni sguardi, sui respiri, sulla controscena in cui si vuole far emergere un elemento di dettaglio funzionale a fornire una chiave di lettura in grado di cogliere le diverse complessità di questo testo. Non è, dunque, la tecnica dell’allestimento a prevalere su questo testo, ma è l’allestimento ad essere funzionale all’esaltazione di alcune battute e di momenti salienti che in questo spettacolo risultano perfettamente incardinati nei meccanismi registici e interpretativi. Completa il quadro l’attenzione ai costumi Gianluca Sbicca, il disegno luci di Gianni Pollini e il suono di Alessandro Saviozzi.

Assistere a questo allestimento di Uno sguardo dal ponte non è soltanto l’occasione per godere di una prova teatrale convincente di Popolizio e di tutto il cast che riesce a mantenere altissimo il livello interpretativo del protagonista di questo spettacolo, ma è anche l’occasione per vedere un allestimento in grado di cristallizzare l’attenzione del pubblico per l’intera durata della rappresentazione. Uno sguardo dal ponte è un utile elemento di prassi da inserire nei dizionari teatrali quando si vuole descrivere uno spettacolo come “curato” o “allestito in modo appropriato”: poiché nulla è fuori contesto, né il recitato, né il disegno scenico, né la regia vogliono strafare o lasciare lo spettatore a bocca aperta con inutili virtuosismi o orpelli fuori contesto. Tutto mira a raccontare una storia provocatoria, che colpisce alla pancia lo spettatore e che, quando cala il sipario, fa pensare che quella sera è davvero valsa la pena andare a teatro.

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