Recensioni

Felicissima Jurnata – di Puteca Celidonia con Antonella Morea e Dario Rea, regia di Emanuele D’Errico

Al Ridotto del Mercadante dal 30 novembre al 10 dicembre

Dal titolo squisitamente partenopeo e col dichiarato richiamo alla dimensione beckettiana, Felicissima Jurnata è l’ultimo lavoro del collettivo Puteca Celidonia in cui lo spettatore s’immerge nella quotidianità del napoletano verace, nei folcloristici vasci.

Immergersi non è un termine scelto casualmente.

Lo spettacolo è frutto di studi e ricerche durati anni sugli usi e i costumi dei napoletani che vivono nei famosi bassi, da queste indagini l’acqua sì è rivelata un elemento estremamente interessate al quale il regista (Emanuele D’Errico) ha deciso di fare continui richiami.

In scena Dario Rea lava le stoviglie, gioca con l’acquario, avvia la lavatrice e spesso risponde alla moglie facendo le bolle, mentre Antonella Morea confessa al pubblico la sua invidia nei confronti di quell’acqua che l’allontana dal marito, gelosa di quel silenzio che la testa immersa regala, ovattando il frastuono popolare a cui lei invece è costretta.

I due interpreti incarnano delle maschere familiari, più reali che mai, in cui lo spettatore non può fare a meno di rispecchiarsi e restare colpito dal peso specifico dei personaggi, dallo spessore degli attori aperti, sensibili, e dalla scenografia dal concept semplice, ma creativo e in costate mutamento.

Felicissima Jurnata, seppur sulla falsa riga di “Giorni felici” di Beckett, si distanzia da quell’opera degli anni Sessanta e assume una nuova forma, un’altra morale, una diversa conclusione, si allontana da un simbolismo fine a sé stesso e ne acquisisce di concretezza e interesse.

Non è una generica sabbia a divorare la Wennie partenopea, ma il Vesuvio.

Un vulcano blu notte, di seta, e il suo magma è l’appartamento dei due protagonisti, recintati nei vasci in cui a tratti sognano di salire letteralmente di livello, ma il più delle volte preferiscono tenersi impegnati scacciando via queste fantasie.

Essi, d’altronde, sono un prodotto dei bassi: cosa ne sarebbe di loro fuori di lì?

Rispetto al classico cliché del teatro dell’assurdo a cui si ispira, quella che Puteca Celidonia ha portato sul palco non è una storia di incomunicabilità, anzi, mostra e sublima un linguaggio proprio di una coppia di altri tempi, di una famiglia antica che si ama a modo suo, con cura e attenzioni che sfociano nel comico; eppure, di un’estrema tenerezza di fondo.

Morea e Rea in questo spettacolo superano una per niente facile prova d’attore, riempiono e dominano il palco seppur la prima è incastonata nella cima della montagna e il secondo privato della parola e anche egli fisicamente bloccato in uno spazio ristretto senza la possibilità di restare fermo a lungo.

Antonella Morea diviene tutt’uno con la scenografia che la cinge e le dona un’anima; scindere le due risulta quasi impossibile, tant’è vero che lo spettacolo è doppiamente in lizza per gli Ubu, candidato per miglior attrice e per miglior scenografia.

I movimenti della donna sono ponderati, ma ugualmente espressivi di napoletanità, regge l’interpretazione con una voce piena, ora di speranza, ora di benevolo rimprovero, e mostra uno sguardo rotto rivelatore di un segreto di pulcinella: quello di custodire così tanti ricordi in sé da scoppiare.

Dario Rea, invece, interpreta magistralmente un uomo anagraficamente lontano da sé, riuscendo comunque a renderlo estremamente realistico appoggiandosi su un’espressività quasi animalesca e priva di vocaboli, ma non di versi e suoni che alternati con uno specifico ritmo diventano riconoscibili, la chiave di un dialogo.

I due interpreti si incastrano perfettamente nella storia, l’uno il motore dell’altro.

In scena al Ridotto del Mercadante fino al 10 dicembre, Felicissima Jurnata è adatto per qualsiasi tipo di pubblico (che conosca l’opera da cui è ispirato o meno e indipendentemente dall’età), scuote l’animo ed emoziona.

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