Recensioni

Le cinque rose di Jennifer di Annibale Rucello – regia di Gabriele Russo

Al teatro Bellini dal 10 al 14 gennaio

scene Lucia Imperato
costumi Chiara Aversano
disegno luci Salvatore Palladino
progetto sonoro Alessio Foglia

L’interno della casa di Jennifer (Daniele Russo) è lo scorcio che permette allo spettatore di osservare lo scorrere della vita nel quartiere dei travestiti, quando sono lontani dalle luci della ribalta e dalle promesse da marinai dei loro corteggiatori.

Lo spettacolo svela una grande verità che Jennifer si rifiuta di accettare.

Con ironia e forza di spirito, la protagonista nega il suo segreto e gli fugge; ciò che cela non è quello che viene compresso dalle calze a rete né tantomeno si nasconde sotto chili di trucco.

Un presagio nefasto, incarnato da Sergio Del Prete nelle vesti di un cupo mimo, aleggia su di lei ed è solo il primo degli indizi che avvolgono questo noir.

Un bisogno d’amore strozzato, la solitudine e per spirito di sopravvivenza l’immaginazione prende il sopravvento.

La fantasia diviene più concreta della realtà e gli attori che calcano la scena non sono solo quelli in carne ed ossa, ma anche la radio e il telefono di casa giocano un ruolo fondamentale nella pièce.

La radio oscilla tra l’accentuare la sensazione di angoscia con la cronaca degli omicidi nel quartiere e la speranza di vita, trasmette “vorrei che fosse amore” di Mina e anche nel pubblico cresce il desiderio sconsolato insieme a Jennifer che arrivi la chiamata del suo amato Franco, ma il telefono continua a burlarsi di lei e dopo ogni squillo l’insistente risposta “Avete sbagliato numero” si veste di una comicità amara.

Magistrale la capacità di Daniele Russo di provocare nel pubblico risate fragorose e in sala riecheggiano le sue battute, ripetute dallo spettatore con gusto. Al contempo, Russo riesce a strappare una lacrima, ad emozionare, ed ancora ad infittire il mistero, tende lo spettatore come una corda di violino e lo fa sobbalzare dalla poltrona.

Jennifer è sì sopra le righe, ma non caricaturale e tutt’altro che monocromatica. Il suo volto, il suo corpo, il suo respiro e la voce sono attraversati da molteplici emozioni che non si alternano, ma coesistono.

Mente la sua seduta e la postura rivelano un atteggiamento, i suoi occhi tradiscono un’altra verità e le sue labbra un’altra ancora.

Russo condivide per tutta la durata dello spettacolo la scena con Sergio Del Prete che non è solo mimo, inquietudine e una premonizione, ma interpreta anche Anna, un altro travestito del quartiere, l’unico confronto possibile super partes per il pubblico tra il mondo interno di Jennifer e quello esterno.

Del Prete conduce abilmente la storia in un climax crescente e dal ritmo serrato, la sua Anna è ambigua e dalle sue parole e dai gesti che propone si è continuamente in dubbio se patteggiare con lei o accusarla, se considerarla una vittima, un carnefice o forse non è né l’uno né l’altro.

Anna potrebbe essere la chiave del mistero, ma anche una semplice comparsa nella vita di Jennifer col solo compito di costringerla ad accettare la sua condanna.

L’enigmaticità del personaggio interpretato da Del Prete, il quale si muove tra l’essere timoroso di Dio e il sentirsi onnipotente, è sensibilmente percepita anche da Jennifer che in sua compagnia muta il proprio linguaggio.

Con l’arrivo di Anna i toni comici ed emotivi continuano ad alternarsi, ma il confronto con un’ altra persona, non filtrato da radio o telefono, rivela anche nella protagonista un’ambiguità ben celata fino a quel momento.

Le cinque rose di Jennifer con la regia di Gabriele Russo dà corpo ad un testo della seconda metà del ‘900, già di per sé eccezionale, di Ruccello ponendo il focus sull’intensificarsi dell’emozioni di Jennifer.

Seppur la solitudine è centrale non è l’unica sensazione che cresce gradualmente in lei.

Si amplificano il desiderio sessuale, i timori, le speranze e la conclusione che offre lo spettacolo è il culmine di tutti questi patemi dello spirito che, come detto in precedenza, coesistono nella protagonista.

Al chiudersi del sipario la storia potrebbe anche concludersi e porre un punto fermo sul mistero che trascinava con sé, ma il sipario si riapre nuovamente, un invito del regista a domandarsi se la storia sia realmente volta al termine, per insinuare dubbi sulle verità dei personaggi e con essi porsi interrogativi anche sulle verità umane.

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