Al Piccolo Bellini dal 16 al 21gennaio
Il teatro si regge nel costante e precario equilibrio tra l’arte visiva e l’arte oratoria.
Gli attori aprono lo sguardo alla platea e la platea osserva il palcoscenico, ma quello che su carta parrebbe un semplice scambio bilaterale in cui sia i teatranti che gli spettatori non possono sottrarsi dal qui ed ora, in scena diventa ben più complesso.
In teatro, luogo di paradossi per eccellenza, quanto più si desidera rappresentare grandi storie che si estendono nello spazio e nel tempo e nei tempi che scorrono tra dejà vu e colpi di scena, tra flashback e flashforward, tanto meno bisogna ricorrere ad articolate e vistose scenografie.
Quello che l’allestimento scenico dichiara apertamente viene sottratto dall’immaginazione dello spettatore.
Consequenzialmente, ciò che non viene mostrato sul palco prende forma nella fantasia del pubblico ed è da questo assunto che lo spettacolo Ashes, regia di Riccardo Fazi, prende vita.
Nella scelta di giocare sì con le immagini, ma attraverso la parola.
Gli attori, Marco Cavalcoli, Federica Dordei, Giovanni Onorato e Monica Piseddu, sono al leggio, frontali al pubblico non si muovono per rivolgersi al compagno di scena, i loro corpi reagiscono unicamente alla risata, al pianto, al timore e alla meraviglia che li attraversa mentre raccontano la loro storia.
Sul palco la storia delle storie, racconti di madri, padri e figli che sin da subito hanno un che di familiare e personale: ricordi intimi, amori e speranze, momenti di gioia e sconforto.
“E se si potesse ricominciare daccapo, se questa vita fosse solo la brutta copia e ne avessimo un’altra a disposizione?” è la prima delle domante esistenziali che intervallano i racconti della famiglia rappresentata in scena.
Riccardo Fazi, attraverso i dubbi dei personaggi e la loro impotenza dinanzi l’ignoto, evidenza come in effetti la vita ricominci sempre daccapo, in un continuo flusso immutabile nei secoli, rintracciabile in ogni racconto, sia esso del remoto passato o del prossimo futuro.
E se da un lato questa immutabilità ha un che di rassicurante, ciò che si ripete nei secoli è anche l’inevitabilità della perdita: perdita di qualcosa, qualcuno e di parti della storia.
In un palco spoglio, le voci degli attori sono il collante tra i viaggi nel tempo, tra il dentro e i fuori e sin anche tra l’uomo e l’animale.
Non esiste più conseguenzialità o priorità nel racconto, l’ordine degli avvenimenti non ha più rilevanza e muta a tal punto da suscitare nostalgia anche per i tempi che saranno.
Ad avvolgere questa sensazione sono i mirati ed essenziali giochi di luci e l’accompagnamento della chitarra e della console presenti sul palco, le quali in un climax ascendente diventano sempre più parte del racconto, passando dal buio alla luce con l’intensificarsi della loro presenza scenica.
Ashes significa “ceneri” e come avvolta da lapilli, come in una Pompei moderna, la vita nel suo stato fossile la si può ammirare in scena, studiare e riscoprire.
Questo spettacolo è una fotografia dei tempi che sono stati e saranno.
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