Filippo Dini, genovese classe 1973, è un attore e regista italiano tra i più produttivi ed apprezzati dell’ultimo decennio. Adesso in scena al teatro Bellini di Napoli fino al 4 febbraio con Agosto a Osage County.

Filippo, per il Crogiuolo sei stato recentemente premiato come miglior attore, miglior regia e lo spettacolo ha vinto anche le musiche per il Premio Le Maschere del Teatro italiano. Che valore ha avuto per te questo riconoscimento?
È stata una grandissima soddisfazione. Lo spettacolo ha aspettato 17 anni per essere realizzato e per quattro volte ho rifatto anche il cast, ma il suo debutto è stato in un momento ideale. C’erano state la pandemia, la guerra, tante condizioni sociali e politiche che hanno arricchito di protesta, potremmo dire, lo spettacolo. Poi ho avuto la fortuna di lavorare con una compagnia notevole alla quale sono veramente grato.
Non mi aspettavo di ricevere il doppio premio a Le Maschere. Poi il Crogiuolo ha ricevuto anche il premio Flaiano. Ero molto felice, il premio Le Maschere l’avevo vinto già diverse volte, ma mai come miglior attore e quel ruolo lo sognavo da molto, però addirittura doppio…
Ricevere un premio è sempre una cosa bellissima, perché è una dimostrazione di stima e perché i premi per me sono molto importanti, si tratta dell’unico momento in cui gli artisti si incontrano e condividono idee, è una cosa che un tempo era molto usuale tra gli artisti ed adesso si è completamente persa, siamo soli. Ognuno è solo nella sua arte e questo è degradante, impoverisce ognuno di noi. Una volta gli artisti si incontravano al caffè, sia i registi teatrali che i registi cinematografici, se pensiamo a Gassman e Carmelo Bene che litigavano pubblicamente, si accapigliavano oppure condividevano opinioni su attori, attrici, sui testi da mettere in scena e in che modalità. Adesso nessuno parla più con nessuno.
Il Crogiuolo, Misery ed adesso Agosto a Osage County. Come nasce il tuo interesse per la letteratura americana e più in generale cosa ti attira tanto di un testo?
Nel caso del Crogiuolo è una feroce critica alla politica e alla cultura americana, mi attirava moltissimo quest’occasione di denunciare o almeno riflettere su quanto l’Italia sia un paese assoggettato agli Stati Uniti d’America.
Nel caso di King è stato un amore per i suoi romanzi, nello specifico Misery mi dava la possibilità di raccontare una storia di coppia e poi è una riflessione sul rapporto dell’artista con il proprio demone, in quel caso della scrittura.
Il demone che si annida nel desiderio artistico, viene sempre rappresentato romanticamente come qualcosa di straordinariamente bello, e lo è, un impulso verso la vita e verso la bellezza, e lo è, ma cela dietro di sé Annie Wilkes, cioè il demone della persecuzione e della propria devozione all’arte, l’essere costretti a continuare a produrre.
Nel caso di Agosto a Osage County, sono anni che mi piace raccontare storie di coppia e famiglia e avevo visto il film, dopodiché ho visto che è stato tratto da un testo teatrale. Ho letto il testo e l’ho trovato ancora più straordinario del film; quindi, mi ha molto attirato questa storia sì americana sulla famiglia e sul degrado dell’idea di famiglia, ma credo che questo sia un tema molto centrale, invece, nella cultura italiana.
Quando il lavoro su Agosto a Osage County si è spostato da essere studiato a tavolino alla rappresentazione scenica, quali sono stati gli ostacoli in cui ti sei imbattuto?
In realtà non ci sono stati grandi ostacoli. Il maggiore ostacolo è stato quello che a detta del pubblico risulta essere uno dei punti più forti dello spettacolo che è la scenografia. La scenografia piace moltissimo perché questo testo prevede molti ambienti, quindi in tutte le messe in scena di questo testo, che sono state molte in giro per il mondo, ma mai in Italia, di solito costruiscono tutta la casa.
Altre produzioni hanno realizzato scenografie gigantesche, su tre livelli hanno ricostruito tutta la casa, addirittura le scale, tutto agibile.
Però io non volevo fare questa cosa, perché preferivo fare una scenografia che fosse un po’ più originale, un po’ più onirica, potremmo dire, un simbolo che è la casa però è anche il concetto di famiglia che ognuno ha secondo il proprio vissuto personale. Desideravo una scenografia che avesse delle parti mobili, presentando spazi nuovi e diversi. Questo per generare un movimento continuo che desse un senso sia di rotazione, una specie di vortice, all’interno del quale cadono tutti i personaggi di questa storia. E questo è stato possibile grazie a Gregorio Zurla che l’ha inventata, però il grosso è stato mettersi lì con gli attori e capire tutti i movimenti di queste pareti cercando di far vivere la casa sempre. Il movimento di zone già viste però in una maniera diversa e che potessero comunicare anche con tutti gli altri ambienti. È stata un po’ la difficoltà, ma anche il divertimento dello spettacolo.
Poi c’è stato il debutto
Adesso lo facciamo da tanti mesi ed è diventato tutto più facile, però incastrare sia la scenografia, sia i dialoghi degli attori, sia le varie personalità degli attori, sia i vari personaggi… è un aggiustamento continuo per dare questa fluidità dei dialoghi e dell’intersecarsi delle singole storie di tutti i personaggi.
Nei tuoi spettacoli emerge sempre una linea ironica, a volte anche lontana dal testo originale. Si tratta di una tua firma stilistica?
Non credo nei testi totalmente tragici, non credo che esistano, ogni autore se è grande nei suoi testi presenta un punto di vista ironico. Il maestro di tutto questo è stato Cechov, per quanto mi riguarda. Io ho una grande predilezione per quelle serate in cui una parte del pubblico ride o ridacchia ed un’altra parte è infastidita da chi ridacchia. Questa mi sembra la maniera più democratica per fare teatro, cioè ognuno a un po’ come gli pare (mi riferisco al pubblico).
Credo che in tutte le vite nei momenti più bui e tragici ci sia sempre qualcosa di ridicolo, qualcosa del quale si può ridere. Qualcosa di piccolo o povero o subdolo o grottesco o comunque ironico. E questo, sì forse è la mia cifra, ma non volutamente. È il mio modo di vedere le nostre tragedie. Se le cose si guardano da molto vicino sono estremamente tragiche, ma quando ci si allontana un po’ e solitamente è la distanza del tempo, si riconosce sempre qualcosa che ci può far ridere e in quella risata, io credo, c’è la possibilità di riconoscerci tutti fallibili, fragili, ma anche un po’ goffi e se in quella goffaggine riusciamo a trarne un sorriso forse la tragedia ci fa meno male o comunque riusciamo a guardarla come qualcosa che riguarda l’umanità e non soltanto la nostra vita personale.
Un’ultima domanda. Adesso concludi la tournée di Agosto a Osage County al Bellini di Napoli, che rapporto hai con questa città?
Lo so che può sembrare molto retorico e ruffiano, però ho una per Napoli ho una predilezione.
Da un punto di vista teatrale è una città estremamente vivace e forse tra le più vivaci che ci sono in Italia. Vivace nel senso che c’è un grande fermento, gli artisti si incontrano e scontrano in questa città più che nelle altre. Dopodiché c’è una tradizione teatrale estremamente radicata, la più forte nel bene e nel male. Una cultura estremamente ricca con la quale ho dialogato molto volentieri e molto spesso. Ho un grandissimo amore per il teatro di Eduardo e cerco di mettere Napoli in tutti gli spettacoli.
Vengo molto volentieri in questa città. La guardo sempre con un po’ di timore e grande rispetto, come una donna molto affascinante che però ha un carattere un po’ bizzoso. Ma ripeto, chi ama il teatro non può non amare Napoli.
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foto di Flavia Tartaglia

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