Al teatro Sannazaro dal 16 al 25 febbraio
Napoli sotto i bombardamenti del ’43 si affaccia a un bivio: cercare ardentemente di vivere o lasciarsi morire. Come si può lottare per la salvezza quando non si hanno tra le mani le redini del conflitto? Come si fa a sopravvivere alla Grande Guerra quando si è tanto piccoli ed inermi? In una curatissima scena, ad opera di Toni di Pace, raffigurante uno scantinato polveroso e solenne nella sua miseria, un carabiniere, una giovane criminale ed un femminiello scopriranno quanto la fede e l’istinto di sopravvivenza possano realmente fare miracoli.
Mettici la mano, in scena al teatro Sannazaro fino al 25 febbraio, si potrebbe definire uno spin-off degli ormai iconici racconti del Commissario Ricciardi.
La drammaturgia è di De Giovanni, la regia di Alessandro D’Alatri, la mano alla quale si chiede misericordia è della Madonna Addolorata; la statua che la raffigura è posta sul lato del palco, discreta eppure imponente.
Se in guerra e in amore tutto è lecito, chi è in guerra per amore non può essere soggetto alla stessa giustizia degli altri. Bambinella (Adriano Falivene) lo sa bene: i travestiti sono dotati di una maggiore sensibilità, un sesto senso, che permette loro di conoscere le verità più a fondo, ma riuscirà a convincere di ciò anche il ligio e solerte Brigadiere Maione (Antonio Milo)? Sotto accusa la diciannovenne Melina (Elisabetta Mirra), la quale doveva essere condotta al cospetto del giudice per rispondere delle colpe del suo crimine, ma i bombardamenti l’hanno costretta a ripararsi in un rifugio antiaereo con Maione, Bambinella e quella costruzione di gesso alla quale non riesce più a conferire sacralità, perché nonostante la giovane età, Carmelina è testimone di come anche nell’odio possa nascere una vita e che per amore si uccide.
Lo spettatore non si interfaccia con un coup de theatre, i protagonisti della storia gli sono familiari e ricerca la battuta e il ritmo giocoso che l’intrattiene. Le aspettative non vengono deluse, lo spettacolo fluisce piacevolmente e mentre la risata in platea è incontrollabile, la storia pianta un seme di speranza e dolcezza nel cuore di chi le assiste e si concede di credere nel trionfo del bene.
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