Recensioni

Come tu mi vuoi, di Luigi Pirandello – regia di Luca De Fusco

Al Teatro Sannazaro dall’1 al 3 marzo

Prosegue il percorso di ricerca di Luca De Fusco sulla drammaturgia pirandelliana, con lo spettacolo Come tu mi vuoi, in scena a Napoli al Teatro Sannazaro fino al 3 marzo.

De Fusco decide di portare in scena uno dei testi meno noti dello scrittore siciliano, per certi versi particolarmente affine all’opera Così è (se vi pare), precedente produzione proprio dello Stabile di Catania con la regia di De Fusco. Tuttavia, quello che viene portato in scena è un testo che, se dal punto di vista sostanziale riprende i ben noti temi di Pirandello – sulla ricerca dell’identità, sullo scontro tra la ragione e la morale, sul giudizio della società circa le convenzioni precostituite in grado di causare un conflitto interiore ed esteriore tra i diversi personaggi brillantemente descritti da uno dei più grandi drammaturghi nella storia del teatro mondiale – al contrario, quanto al profilo formale, presenta elementi particolarmente interessanti e degni di nota.

Vi è, in primo luogo, un ritorno del De Fusco all’utilizzo di una tecnica registica che ha caratterizzato la sua cifra stilistica per molti anni, ossia l’utilizzo di un telo in proscenio su cui il regista proietta immagini e crea un’interazione costante tra gli attori in scena e le animazioni che si susseguono. In altri termini, l’intuizione (evidentemente di successo) di De Fusco è quella di prevedere uno spazio scenico che, attraverso l’utilizzo di questo velo in proscenio, non crea una netta separazione tra l’attore e lo spettatore, istituendo anzi un’interazione teatrale tra la parola degli attori, le azioni proiettate e l’osservazione dello spettatore dei diversi spazi in cui si manifesta il racconto scenico. Non è un caso che sia lo stesso De Fusco ad aver riconosciuto la necessità di riprendere un tratto registico che già caratterizzava un suo precedente allestimento, Vestire gli ignudi.

Non è neanche questo pregevole escamotage teatrale l’unico punto di forza dello spettacolo. Il secondo è infatti Lucia Lavia, giovane interprete protagonista nei panni dell’ignota donna, prima succube e poi carnefice della doppia personalità che gli opposti contesti sociali in cui essa si trova a vivere le intendono forzatamente attribuire. La sua prova è assolutamente convincente, in grado di unire al recitato elementi coreografici che restituiscono l’idea di un corpo vuoto, con una personalità di volta in volta camaleontica. È nello svuotamento di un corpo, ridotto a materia organica seppur privo di una sua identità fisica e psichica, che si manifesta la capacità attoriale della Lavia di conferire personalità al personaggio che viene interpretato. I suoi movimenti in scena, le alterazioni del tono della voce, la capacità di muovere gli arti del suo corpo come se fossero elementi ad essa stessa sconosciuti restituiscono il concetto di ignoto che pervade la protagonista di questo spettacolo.

Fondamentali a tal fine le meravigliose musiche di Ran Bagno, le scene e i costumi di Marta Crisolini Malatesta, le luci di Gigi Saccomandi e i movimenti Noa e Rina Wertheim-Vertigo Dance Company. Le proiezioni sono invece di Alessandro Papa. Anche in questo caso, De Fusco si contorna di una squadra vincente, che caratterizza le innumerevoli regie da lui firmate in precedenza.

In scena con Lucia Lavia, ci sono Francesco Biscione, Alessandra Pacifico, Paride Cicirello, Nicola Costa, Alessandro Balletta, Alessandra Costanzo, Bruno Torrisi, Pierluigi Corallo e Isabella Giacobbe. La produzione è firmata dal Teatro Stabile di Catania, dal Teatro Biondo di Palermo, dalla Compagnia La Pirandelliana e da Tradizione e Turismo srl – Centro di Produzione Teatrale – Teatro Sannazaro.

Come tu mi vuoi è un testo ostico, che presenta in chiave pirandelliana un tema realmente accaduto a cavallo tra gli anni 20 e 30 in Italia, con il caso dello smemorato di Collegno. Pirandello fa proprio questo caso attraverso un testo particolarmente amaro, che restituisce una lettura della società in cui i legami interpersonali sembrano costruirsi unicamente per convenienza, vuoi economica vuoi sociale, e non per un genuino senso di affetto. L’ipocrita maschera indossata dalle due famiglie che rivendicano l’ignota, per paradosso logico, condanna la protagonista ad una lucida follia, posta di fronte alla scelta – o presunta tale – della propria identità.

Non resta che augurarsi per De Fusco, ormai prossimo alla direzione artistica del Teatro di Roma, di proseguire in questo fortunato e interessante iter di esplorazione del teatro pirandelliano anche nella capitale.

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