Si considera verità, per sua stessa definizione, ciò che corrisponde esattamente ad una determinata realtà. Il gioco della verità, dunque, consiste nell’indagare su quale sia la sola e unica realtà; ma è davvero possibile identificarne una sola, esatta e determinata? E se sì, si può concretamente scindere ciò in cui si vuole credere da un’oggettiva analisi dei fatti? Domande ineluttabili che toccano sensibilmente il pubblico durante e dopo la visione di Festen, regia di Marco Lorenzi, al Bellini dal 19 al 24 marzo.
La storia si svolge nell’arco di una notte nel rispetto dell’archetipo del thriller, nove attori calcano la scena, ma i personaggi sono molti di più e un telo semi trasparente divide la quarta parete unendo il linguaggio teatrale a quello cinematografico.
Una camera in continuo movimento filma e proietta gli interpreti sul gigantesco telo attraverso il quale è anche possibile spiare il palco, come se si stesse osservando di nascosto qualcosa che la camera non può o non vuole far vedere.
In Festen ci si confronta con gli aspetti più oscuri che si possano celare in una famiglia, in una comunità, e la funzione catartica del teatro emerge prepotentemente tra rivelazioni sconcertanti ed emozioni brutali.
La potenza della drammaturgia è restituita in scena grazie alla profondità dell’interpretazione degli attori (Danilo Nigrelli, Irene Ivaldi, Yuri D’Agostino, Elio D’Alessandro, Roberta Lanave, Carolina Leporatti, Barbara Mazzi, Raffaele Musella e Angelo Tronca). Sguardi e suspense danno eco alle parole dei personaggi e alle possibili interpretazioni di queste ed emerge anche un lato ironico che, spezzando la drammaticità del testo, dona ritmo alla scena e denuncia la comune tendenza di fingere di non vedere per non sgretolare una famiglia. Le musiche, i canti e la festa, a questo proposito, sono dunque lo scenario perfetto per risaltare quanto sia proprio dell’uomo il ricorrere al divertissement per tutelarsi dal dolore.
In Festen, però, si supera un confine dal quale non si può più retrocedere e come per la tragedia greca si è obbligati ad andare avanti: difendere la propria verità a qualunque costo.
Forte e dichiarata è la denuncia delle posizioni di potere, manipolatrici e subdole per loro natura, e il focus si allarga anche a chi le subisce, mostrando nei quattro fratelli in scena quattro possibili reazioni alla lotta per svincolarsi da un’autorità opprimente e demolitrice.
Prodotto da TPE – Teatro Piemonte Europa, Elsinor Centro di Produzione Teatrale, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro delle Briciole Solares Fondazione delle Arti e in collaborazione con Il Mulino di Amleto, lo spettacolo è tratto dall’omonimo film di Thomas Vinterberg riadattato per la scena da David Eldridge.
La curatela italiana della drammaturgia è opera di Marco Lorenzi e Lorenzo De Iaco, non nuovi a collaborazioni. I due si sono dimostrati abili nell’identificare l’universalità del testo e nel preservare il suo valore mantenendo la Danimarca come collocazione della storia, ma riuscendo a farla percepire più vicina di quanto si possa pensare.
Uno spettacolo provocatorio, brutalmente onesto e viscerale che allo stesso tempo riesce ad essere spiritoso, delicato e coinvolgente.
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