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Dall’altra parte. 2+2=? – di Emanuele D’Errico

Raccontare lo spettacolo Dall’altra parte. 2+2=?, scritto da Emanuele D’Errico e in scena al Teatro Nuovo il 20 e il 21 aprile, richiede anzitutto di partire da un assunto scientifico, tutt’altro che semplice, che l’autore, regista e interprete napoletano intende trasporre in forma teatrale. Ci troviamo nell’utero materno, con tre gemelli eterozigoti che, legati tra loro attraverso il cordone ombelicale, prendono consapevolezza del loro essere e, dunque, del processo di crescita ed evoluzione che li porterà fino al concepimento. I nove mesi che li separano dall’atteso momento della nascita segnano, tuttavia, una fase di crescita embrionale tutt’altro che statica e prevedibile: durante il loro percorso di sviluppo nel ventre materno, essi scoprono che al passare dei mesi corrisponde una progressiva e inesorabile perdita dei neuroni (dato, d’altronde, scientificamente dimostrato dalla neuroscienziata e professoressa americana Marian Diamond). S’innesca dunque un delicato meccanismo di coesistenza tra i tre gemelli, ognuno dei quali dotati di strabilianti capacità neuronali e proprio per questo motivo in grado di formulare complicate operazioni matematiche nel giro di pochi secondi, di comporre poesie dedicate ai propri fratelli o, ancora, di elaborare un pensiero critico con un linguaggio aulico e forbito.

La coabitazione forzata vede in scena, assieme a D’Errico, Dario Rea e Francesco Roccasecca, oltre che alla voce fuori campo di Laura Bocchino, che scandisce le diverse fasi di gestazione nell’utero materno. Si assiste a una graduale evoluzione nei corpi e nelle fisicità dei personaggi in scena che, spogliandosi gradualmente, restituisce la progressiva formazione di un feto che assume la struttura fisica sempre più rassomigliante ad un corpo umano. All’evoluzione fisica corrisponde, tuttavia, una involuzione mentale, resa evidente allorquando anche il più brillante dei fratelli inizia a palesare segni di dimenticanza, di deficit di calcolo e un uso della parola sempre più elementare, fino ad arrivare a gemiti, suoni sillabici che scandiscono le fasi ormai prossime alla nascita verso il raggiungimento della totale incoscienza natale.

Portare scena questo testo richiede, dal punto di vista tecnico, una profonda coesione tra i tre interpreti in scena, in ragione della coralità dei movimenti, delle battute e dei contesti che si vengono a determinare. Il cordone ombelicale che li lega è rappresentato in palcoscenico da una corda a cui tre sono legati per l’intero spettacolo, fino al punto di distacco allorquando è ormai prossima la fase della loro nascita. La complicità in scena si avvale infatti sia di una componente evidentemente leggera, nel momento in cui i tre danno sfogo delle loro inimmaginabili capacità intellettuali attraverso quiz matematici e gare di poesia, sia di una componente drammatica, ben presto resa nota allo spettatore, in cui si palesa l’incapacità dei tre embrioni di evitare questo processo di evidente riduzione delle loro capacità intellettive.

Dall’altra parte. 2+2=?, prodotto da Putéca Celidònia e Cranpi, riesce brillantemente a portare in scena un testo in bilico tra la vita e la morte, tra l’evoluzione e l’involuzione, in cui si racconta la storia di ciò che poteva essere e che non è stato e dove ciò che è risulta essere profondamente diverso dalla sua identità precedente. È in questo intento narrativo di raccontare la vita nell’utero materno che si manifesta la genialità di questo testo, in grado di far riflettere su un dato scientifico attraverso un linguaggio artistico tale da far emergere gli elementi ironici e drammatici consustanziali alla nascita umana.

D’altronde, alla narrazione si affianca l’ottima prova attoriale dei tre interpreti in scena, che con personalità e convinzione riescono a regalare al pubblico un’ottima prova di teatro, oltreché una conoscenza scientifica che, se da un lato sconcertante, dall’altro ci ricorda la limitatezza dell’essere umano. E che proprio per questo motivo dovrebbe far pensare se fosse meglio nascere in questa umanità così complicata e alla costante ricerca dell’ignoranza, piuttosto che non nascere per rimanere, seppur in forma di piccoli esseri in potenza, in grado di custodire un briciolo di razionalità in un mondo che evidentemente proprio fatica a trovarla.

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