Recensioni

Odissea Cancellata di Emilio Isgrò – regia di Giorgio Sangati

Al Teatro Grande di Pompei da 13 al 15 giugno

L’Odissea Cancellata di Emilio Isgrò e diretto da Giorgio Sangati apre la settima edizione del POMPEII THEATRUM MUNDI, in scena al Teatro Grande di Pompei fino al 15 giugno.

Le gradinate del teatro si trasformano in palco e Isgrò giunge ai piedi della scena avvolto da un’aurea misteriosa, seppur benevola. Indossando le vesti di Omero, Isgrò ringrazia il pubblico come fosse un direttore d’orchestra, poi si volta di spalle e apre un grande libro antico. Con gesti solenni, inizia a riempirlo d’inchiostro, la sua penna e il suo sguardo infondono vita agli attori e determinano l’inizio e la fine dello spettacolo.

Luciano Roman è un Odisseo provato dalle sfide e dagli inganni degli dei e delle donne che gli hanno rubato il sonno, ferito dall’animo guerrafondaio della sua gente, dubbioso, riflessivo e ridotto in miseria in quanto misero è il nuovo mondo che avanza.

Dichiarata è la critica alla modernità, alle nuove tecnologie e alla crescente apatia degli uomini, ciechi alla compassione e irriverenti verso il divino. Il coro (Clara Bocchino, Francesca Cercola, Francesca Fedeli, Eleonora Fardella, Gianluigi Montagnaro e Antonio Turco) si dichiara nano in quanto espressione di un’umanità piccola ed inetta, ma anche perché l’eredità che gli è stata lasciata è gigante e lo schiaccia. L’ensemble corale tenta di evocare la grandezza originale di questa eredità, ma si trova priva degli strumenti per riuscirci.  

Come spettri, Penelope (Francesca Fedeli), Circe (Eleonora Fardella), Nausica (Francesca Cercola) e Polifemo (Gianluigi Montagnaro) si manifestano qualche scalino sopra Odisseo per raccontare la loro verità, difendersi dalle calunnie dei vincitori ai quali è concesso l’onore di scrivere la storia e dando voce e dignità ai vinti. Queste figure, come sospese in un limbo, si presentano con grandi parrucche (Patrizia Rossi e Gaia Ombrini) e vistosi abiti (Sonia Marianni e Francesco Boscolo), offrendo una chiara definizione dell’epoca da cui provengono. Tuttavia, il loro linguaggio è contemporaneo e proiettato verso il futuro, come se non fossero consapevoli della loro condanna all’immobilità, o forse rifiutano questa condizione e sperano che lo spettatore possa dargli risonanza.

Il regista stesso (Giorgio Sangati) definisce l’opera “dissacrante e incredibilmente ironica”, perché l’autore con audacia decide di de-caedere, dunque tagliar via alcuni versi in favore di altri, così da mostrare come la forza e la bellezza di questo grade classico non sia solo nell’opera conlusa, ma è insita nelle singole parole, in pochi versi e sin anche nella scelta degli articoli e dei pronomi.

La definizione più calzante e completa dello spettacolo ce la offre lo stesso autore parlando di “un testo cancellato per un paese cancellato. Ma si sa che in latino due negazioni affermano, tramutando in vita la morte”.

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