Al Teatro grande di Pompei dal 4 al 6 luglio
“Sei tu”. È questa la frase che riecheggia in testa ad Edipo quando decide di adire l’oracolo di Delfi, invocando il dio Apollo per scoprire la verità sull’uccisione del Re Laio, il vecchio re di Tebe. Edipo viene acclamato come nuovo re: ha risolto l’enigma della Sfinge, un mostro composto da membra umane e animali che impone, pena la morte, la soluzione di un quesito: «τί ἐστιν ὃ μίαν ἔχον φωνὴν τετράπουν καὶ δίπουν καὶ τρίπουν γίνεται (Chi, pur avendo una sola voce, si trasforma in quadrupede, bipede e tripede?)». La risposta, corretta, di Edipo è l’uomo e la Sfinge, sconfitta, si uccide.
Detto antefatto non costituisce oggetto del racconto da parte di Sofocle, che decide di raccontare la storia di Edipo in medias res, ossia durante una disastrosa pestilenza che ormai affligge la città di Tebe senza lasciare scampo. Come sostenuto dall’autore tedesco Friedrich Schiller, l’Edipo re presenta caratteri opposti alla forma tragica, poiché ciò che viene portato in scena riguarda un momento successivo alla consumazione del delitto. È, tuttavia, il terrore che affligge Edipo a convincerlo di riprendere in mano l’evento tragico, per conoscere l’omicida di Laio attraverso il ricorso all’oracolo. Nella ricerca della verità, sia il dio Apollo che l’indovino Tiresia, a cui Edipo ricorre disperatamente per ottenere chiarimenti circa la morte di Laio, rivelano la colpevolezza del nuovo re di Tebe, confermando l’antico vaticinio che egli avrebbe ucciso il padre e convolato a nozze con la sua stessa madre, Giocasta. Qui sta la pregevolezza di questo capolavoro della drammaturgia sofoclea: da un canto, una verità conclamata, che si limita a confermare un’antica profezia; dall’altro, il rigetto da parte di Edipo della voce del di Apollo, l’impossibilità di accettare come vero quanto detto dall’indovino Tiresia.
L’adattamento teatrale di Andrea De Rosa risulta particolarmente rilevante sia dal punto di vista scenico che della concezione registica dell’intero allestimento. Anzitutto, l’intenzione di collocare i personaggi dietro un vetro e di interagire in semicerchio con Edipo, al centro della scena, restituisce l’immagine di un rapporto sociale complesso, che passa dall’invocazione disperata al processo collettivo. Pochi sono i personaggi che si avvicineranno ad Edipo: vi è certamente Giocasta, mentre Tiresia, nonostante la cecità e la sua anziana età arriverà fino quasi a schiacciarlo in scena, per dimostrare la certezza dell’oracolo di Delfi. Il disegno scenico (di Daniele Spanò), le luci (di Pasquale Mari) il suono (di G.U.P. Alcaro) e i costumi (di Graziella Pepe) sono dunque consustanziali all’adattamento di Andrea De Rosa, che ritorna in scena con un suo spettacolo nella rassegna Pompeii Theatrum Mundi dopo il successo delle Baccanti del 2017.
Lo spettacolo, prodotto da TPE – Teatro Piemonte Europa, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, LAC Lugano Arte e Cultura, Teatro Nazionale di Genova, Emilia Romagna, Teatro ERT / Teatro Nazionale, vede in scena Francesca Cutolo, Francesca Della Monica, Marco Foschi, Roberto Latini, Frédérique Loliée e Fabio Pasquini, tutti interpreti validissimi in grado di garantire una coralità narrativa fondamentale per l’allestimento proposto da De Rosa. Particolarmente interessante è l’intuizione del regista di assegnare ad un unico interprete il ruolo di Tiresia e di tutti i messaggeri. È evidente che nel testo questi siano personaggi diversi tra loro, pur essendo la loro voce diretta emanazione dell’oracolo di Apollo, che attraverso di essi interviene nelle vicende di Edipo, condizionandone gli avvenimenti.
Quello a cui si assiste in scena è un racconto tragico, aggravato dalla morte che ormai imperversa senza sosta nella lugubre città di Tebe. La verità prima si ricerca, poi si rifiuta, infine si accetta. «Nessun umano può dirsi felice prima che l’ultimo giorno di vita senza sciagure non abbia varcato», è la celebre frase che chiude questo intramontabile classico del teatro, rappresentando la sudditanza dell’uomo al volere divino, la realizzazione di una tragedia che non ammette salvezza ma anche un monito universale alla ricerca, disperata ma necessaria, della verità.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
