Al Teatro Grande di Pompei dall’11 al 13 luglio
Lo spettacolo Fedra – Ippolito portatore di corona chiude la programmazione dell’ottava edizione del Pompeii Theatrum Mundi, con la regia di Paul Curran, per una produzione dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico.
Curran non è nuovo a rivisitazioni – particolarmente coraggiose – di opere classiche e certamente anche questo allestimento riprova il proposito del regista scozzese di mettere in scena un dramma antico, in questo caso di genesi euripidea, pur con connotazioni proprie di un itinerario registico sui generis. L’intenzione, nel caso di questo allestimento, è quella di passare al vaglio la componente psicologica che caratterizza i diversi personaggi che ritroviamo in scena. Che siano esseri umani, semi-dei o addirittura creature divine (come nel caso di Afrodite e Artemide), la Fedra a cui si assiste intende tenere insieme quella matassa di emozioni, comportamenti irrazionali e riflessioni umane che intrecciano il volere divino con la finitezza dell’animo umano.
Non sono poche le perplessità che solleva questo spettacolo, con un pubblico che sia durante la rappresentazione che al suo termine dimostra di non riuscire a comprendere la motivazione di alcune scelte registiche (a ragion veduta). L’intenzione di Curran è quella di creare una commistione tra l’elemento contemporaneo e quello classico, attraverso l’utilizzo di costumi, di scene e di musiche in grado di mettere in risalto il conflitto intergenerazionale che caratterizza lo scontro tra Teseo e suo figlio, Ippolito. Da qui l’idea di prevedere l’utilizzo di costumi che rievocano le antiche vesti delle donne di Atene per quanto riguarda il coro di donne di Trezene, mentre le corifee sono abbigliate con costumi attuali e provocatori, cercando con ciò di rappresentare la gioventù che intende prendere le distanze dagli adulti. I costumi, così come le scene, sono firmati da Gary McCann. Nel caso della scena si prevede la presenza, al centro del palcoscenico, di un volto umano su cui vengono proiettate alcune video installazioni, facendo diventare questa testa prima infuocata, poi insanguinata, poi ancora una figura orrorifica.
Bisogna riconoscere che si fa fatica a capire la ragione alla base di tale installazione, nonché la motivazione che caratterizza di volta in volta le diverse proiezioni con gli stati d’animo dei personaggi in scena, che la figura umana intende evocare. L’intenzione – ad una lettura forzata seppur necessaria per un’analisi dello spettacolo – è quella di valorizzare l’aspetto psichico che caratterizza i diversi personaggi, tuttavia finendo spesse volte con il distrarre lo spettatore in modo eccessivo. Il risultato complessivo della scena e dei costumi è, dunque, il tentativo di unire tanti – forse troppi – elementi tutti insieme, con il rischio di creare confusione e disomogeneità tra le diverse componenti a cui si assiste durante lo spettacolo.
La confusione sembra altresì comprovata da una recitazione dove pochi sono gli attori e le attrici a distinguersi rispetto all’intero cast. L’interpretazione forzatamente aulica che si cerca di mantenere per l’intero corso della rappresentazione, la declamazione di battute con un tono evidentemente solenne, seppur non necessario, conferisce all’intero allestimento un andamento interpretativo appesantito da orpelli, sia dal punto di vista della scena che dell’interpretazione. Fedra è già un dramma pregnante di elementi, riflessioni che Euripide colloca con affinata accuratezza immediatamente al di sotto del substrato narrativo presente nelle battute dei personaggi, con un messaggio che viene portato in rilievo grazie ad un’opera di partecipazione collettiva in cui il pubblico è direttamente coinvolto attraverso un ragionamento di tipo induttivo. L’allestimento di Curran vuole, di converso, mettere insieme tutti questi elementi attraverso un’operazione in cui i fili narrativi vengono esplicitati, senza lasciare spazio all’immaginario dello spettatore, che resta così frastornato di fronte ai tanti, troppi, simbolismi scenici che evoca questo spettacolo. Talvolta, la semplicità e la minimizzazione rappresentano lo strumento migliore per colpire lo spettatore, specie nel caso di nuovi allestimenti che riprendono testi classici. Il caso di questo spettacolo ne è la riprova.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
