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SETTE ARTI DI LIBERTÀ – UN PROGETTO A CURA DI CLAUDIO DI PALMA

Dal 25 settembre al 2 ottobre agli Appartamenti reali della Reggia di Portici

Va in scena al Palazzo reale di Portici un progetto, a cura di Claudio di Palma, dal titolo Sette arti di libertà (con la collaborazione alla regia di Manuel Di Martino), che vede in scena diciassette giovani artisti (Claudio Bellisario, Serena Francesca Catapano, Francesca Cercola, Rosa Cerullo, Martin Cristofaro, Viviana Curcio, Vincenzo D’ambrosio, Irene De Rosa, Antonio Di Criscito, Ludovica Franco, Eliseo Fusco, Barbara Lauletta, Gianluigi Montagnaro, Marco Napolitano, Sabrina Nastri, Domenico Palmiero e Federico Siano) alternarsi dalle 16 alle 22 nelle stanze degli appartamenti reali.

Architettura, Cinema, Danza, Letteratura, Musica, Pittura e Scultura, affiancate al termine libertà, (evocativo del titolo attribuito al Campania Teatro Festival di quest’anno, Battiti per la libertà appunto) sono, dunque, le sette arti che Di Palma vuole ricreare nei diversi allestimenti scenici, attingendo ai testi di Fernando Arrabal, Alessandro Baricco, Truman Capote, Ruggero Cappuccio, Fabio Pisano e Alexander Puskin.

Nell’impossibilità di descrivere le singole rappresentazioni proposte, in questa sede ci si vuole soffermare su due allestimenti che presentano non pochi elementi di contatto: Il gelo di Eduardo (dai testi di Fabio Pisano) e L’architetto e l’imperatore (da Fernando Arrabal) ascritte, rispettivamente, alle voci letteratura e architettura tra le sette arti portate in scena. In entrambi i casi, Di Palma ne firma l’adattamento oltre che la regia.

Il gelo di Eduardo vede in scena (in o.a.) Federico Siano, Viviana Curcio e Domenico Palmiero. L’allestimento si pregia dell’intenzione di raccontare Eduardo dalla prospettiva dei suoi personaggi, in tre distinti monologhi. Ecco che, dunque, sono il mago Marvuglia (con venature da Sik-Sik), Filumena Marturano e Luca Cupiello a raccontare del De Filippo imprenditore (e delle tante traversie derivanti dalla ricostruzione del Teatro San Ferdinando, di Eduardo marito/amante (e delle donne con cui Eduardo ha avuto relazioni amorose e matrimoni con esiti differenti) e, infine, dell’Eduardo fratello e padre (raccontando dei controversi rapporti con Peppino, dell’affetto smisurato verso Titina e del rapporto con il figlio Luca).

È ormai acclarato dalla critica letteraria come la produzione di Eduardo rappresenti un riflesso del suo trascorso personale che ha inevitabilmente segnato i caratteri, le emozioni e il dramma che caratterizzano i suoi personaggi. L’idea, dunque, di raccontare Eduardo da questa prospettiva, è assolutamente calzante, giacché in questo modo si riesce non solo a costruire un monologo in grado di individuare alcune fasi determinanti della produzione letteraria dell’Eduardo-artista, ma anche di immaginare un allestimento scenico in cui siano quei protagonisti, ancora pregnanti del loro vissuto scenico, a raccontare dell’Eduardo-persona. Il carattere affabulatorio di Marvuglia, il disincanto e il cinismo di Filumena e la calma apparente di Lucariello, con ancora in mano i pastori del presepe, ricreano dunque un gioco in cui i fantasmi delle commedie di Eduardo arrivano a conoscere il soggetto che li ha concepiti artisticamente al punto da poterlo raccontare al pubblico. I tre giovani interpreti sono un caleidoscopio di diverse emozioni, in funzione della angolatura che si vuole raccontare per quanto riguarda la vita di un artista che ha fatto la storia della letteratura novecentesca. Raccontare Eduardo nel prisma dei suoi personaggi vuol dire ribaltare la prospettiva scenica in un gioco di ombre (o, di fantasmi, appunto) tra Eduardo e i suoi personaggi più celebri.

L’architetto e l’imperatore si presenta invece come un riadattamento teatrale del testo di Fernando Arrabal, che vede in scena Vincenzo d’Ambrosio con Federico Siano. Quello tra i due personaggi è un rapporto di lucida follia, in cui si alternano momenti di scherno ad altri di competizione, all’interno di un manicomio in cui il primo dichiara di essere stato un celebre imperatore e il secondo un notevole architetto. La complicità tra due interpreti, in questo caso, offre al pubblico un dialogo dal ritmo serrato, in cui vicende di quotidianità apparentemente banali si declinano, all’interno del manicomio dove i due soggetti sono reclusi, in occasioni di sfida reciproca tra i due, con un chiaro paradosso che emerge tra la dimensione dell’ordinario e l’assoluto scollamento dei due protagonisti dalla realtà.

Sette arti di libertà sarà in scena a Portici fino a mercoledì 2 ottobre 2024.

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