CTF 2024 – al Ridotto del Mercadante dal 25 ottobre al 3 novembre
Cos’è l’arte? Una domanda eterna e universale che fa da titolo ad una raccolta di discorsi e riflessioni di Joseph Beuys sulla natura dell’arte e sul ruolo dell’artista nella società, pubblicata postuma. “Cos’è l’arte?” è anche la prima domanda che un cronista (Marco Cacciola) rivolge all’artista Joseph Beuys (Michelangelo Dalisi), quando, brancolando letteralmente nel buio, i due si incontrano e iniziano a sviscerare il concetto di arte e le opere stesse del Beuys.
Sviscerare non è un termine scelto a caso. Michelangelo Dalisi, regista e autore dello spettacolo oltre che interprete, mette in evidenza come il legame tra l’artista e le sue opere sia profondamente intimo: esporre le proprie creazioni equivale per Beuys a mostrarsi, a dare avvio a un “processo di guarigione”, tanto per sé quanto per il pubblico. Questa visione catartica dell’arte affonda le sue radici in un episodio reale della vita di Beuys, quando, durante la Seconda Guerra Mondiale, sopravvisse a un incidente aereo grazie ai nomadi tartari che lo coprirono con grasso e feltro per proteggerlo dal freddo.
Feltro, miele, grasso e sangue diventarono parte integrante delle sue opere: elementi crudi e primordiali, che già da soli basterebbero a definirlo un artista provocatorio. A questi si aggiunse anche un atteggiamento sfidante e anticonvenzionale, che gli costò il licenziamento dall’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf, in cui deteneva la cattedra di scultura. Tuttavia, ciò non lo allontanò dall’insegnamento e dall’attivismo.
La scena (Mauro Rea) è ricca di riferimenti sia all’arte di Beuys che alla sua vita personale. Tre lavagne richiamano la sua vocazione di docente, avvicinano il pubblico alla lingua tedesca e presentano i titoli delle sue opere. Nel corso dello spettacolo, il palco accoglie nuovi elementi, saturando lo spazio in un caos ragionato, che riflette le inquietudini e l’eccletticità dell’artista.
Le luci (Desideria Angeloni) disegnano una scena in penombra, evidenziando ulteriormente l’animo di Beuys e valorizzando ogni oggetto presente. Questo gioco di luci sposta l’attenzione del pubblico da un elemento all’altro anche attraverso il contrasto, dando risalto alle ombre e ai profili degli attori.
Marco Cacciola è in continuo mutamento, allineato al pensiero di Beuys che in ogni movimento intravede arte, e da cronista diviene opera, per poi tornare uomo per rivolgersi direttamente al pubblico. Le sue domande, ora esplicite e ora implicite, invitano a riflettere su cosa sia l’arte oggi, in un’epoca in cui il potere non discende dall’alto, ma si radica dal basso, dallo scrollare sullo smartphone.
Michelangelo Dalisi agisce come se fosse immerso in un tempo altro, esprimendo l’ironia dell’artista e la sua irriverenza anche nelle pause dilatate, negli sguardi, nella fisicità. Sorprendentemente simile al vero Beuys, il suo corpo è attraversato da energia vibrante anche nel rappresentare gli aspetti più bui e ambigui dell’artista.
Un omaggio sentito all’arte di Joseph Beuys che stimola il dibattito, invita alla riflessione e a porre interrogativi fondamentali sulla nostra realtà e sul ruolo dell’arte in essa.
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