Al Teatro Bellini dal 26 novembre al 1 dicembre
Un gigantesco occhio, quello del Dottor S., compare sul sipario che si apre, per quindi passare in una struttura circolare che rievoca il bulbo oculare, nell’allestimento teatrale del romanzo di Italo Svevo, La coscienza di Zeno, in scena al Bellini di Napoli con la regia di Paolo Valerio per una produzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e di Goldenart Production. Il bulbo oculare, immaginato come qualcosa che si rompe o si frammenta, richiama la natura instabile della coscienza di Zeno: la sua mente è incapace di restituire una visione unitaria e coerente della realtà. Ma il bulbo rappresenta anche la capacità di osservare se stessi, una sorta di auto-osservazione distorta, simile a uno sguardo attraverso un vetro rotto: ciò che Zeno vede di sé è frammentato e spesso giustificato da autoinganni. L’immagine dell’occhio, nella regia del Valerio, simboleggia dunque sia la possibilità che il limite della comprensione. D’altronde, quello che Svevo intende sottolineare nel romanzo è il tentativo di Zeno di cercare continuamente di “vedere” la verità della propria condizione, ma ciò che percepisce non è mai chiaro.
Alessandro Haber è il protagonista della rappresentazione, interpretando uno Zeno inconsapevole delle contraddizioni nei suoi pensieri e comportamenti, attraverso una complicità tra personaggio e lettore già latente nel romanzo e, nell’adattamento teatrale qui curato da Monica Codena e Paolo Valerio, riportata in palcoscenico nel rapporto tra lo Zeno-Haber e lo spettatore, che giudica, talvolta con atteggiamento critico talaltra con mero compatimento, le vicende di Zeno Cosini. La recitazione di Haber riflette fedelmente il personaggio e il carattere di Zeno: il suo parlare rapidamente, a volte sovrapponendo idee, pensieri e suoni ricorda, appunto, il flusso di coscienza che caratterizza il manoscritto che Zeno consegna al suo dottore. Egli è inetto, passivo, indeciso e pieno di difetti. Questa rappresentazione realistica dell’uomo comune, con le sue debolezze e i suoi autoinganni, viene in questo allestimento brillantemente interpretata da un Haber che riesce, nonostante la fallibilità del personaggio, a mettere in luce l’ipocrisia, la superficialità e l’avidità che caratterizzano i rapporti familiari e professionali di Zeno. Il protagonista vive infatti in un mondo privo di ideali, dominato dal materialismo e dall’egoismo. In scena con Haber ci sono Alberto Fasoli, Valentina Violo, Stefano Scandaletti, Ester Galazzi, Emanuele Fortunati, Francesco Godina, Meredith Airò Farulla, Caterina Benevoli, Chiara Pellegrin e Giovanni Schiavo.

Le scene e costumi di Marta Crisolini Malatesta e le luci di Gigi Saccomandi coesistono armonicamente in questo allestimento: Zeno è dipendente dal fumo e il grigiore delle tante sigarette accese viene simbolicamente rievocato in scena, attraverso costumi e scene che fanno uso di colori spenti, talvolta cupi. Sembra quasi che si voglia rappresentare il tentativo di Zeno di sfuggire al senso di vuoto e al fallimento, ma è anche un segno della sua incapacità di cambiare, come quando appunta le lettere U. S. come acronimo di “ultima sigaretta”, che ultima non lo sarà mai. La scena, nei suoi colori freddi che caratterizzano i diversi momenti della vita del protagonista, riflette altresì sulla percezione del tempo, che non è lineare ma frammentata, mostrando come il passato venga ricostruito a posteriori per giustificare le proprie azioni. Molto apprezzate anche le musiche di Oragravity, le videoproiezioni di Alessandro Papa e i movimenti di scena di Monica Codena, con intermezzi scenici che raccontano la memoria, selettiva e distorta, di Zeno Cosini.
«La vita non è né bella né brutta, ma è originale. La vita mi pareva tanto nuova come se l’avessi vista per la prima volta con i suoi corpi gassosi fluidi e solidi. Se la raccontassimo a qualcuno che non ci fosse abituato rimarrebbe senza fiato dinanzi all’enorme costruzione priva di scopo. Mi avrebbe domandato: ma come l’avete sopportata? E dopo essersi informato di ogni singolo dettaglio, da quei corpi celesti appesi lassù perché si vedano ma non si tocchino, fino al mistero che circonda la morte, avrebbe certamente esclamato: Molto originale!»
Zeno osserva la vita con ironia e disincanto, definendola “originale” anziché bella o brutta, a sottolineare la sua unicità e inclassificabilità. La vita appare come un’enorme costruzione priva di scopo, complessa e meravigliosa, ma anche assurda e priva di un significato ultimo, suscitando meraviglia e straniamento. Svevo mette in discussione le narrazioni metafisiche e religiose, offrendo una visione laica in cui la realtà, dai corpi celesti al mistero della morte, è priva di una finalità intrinseca. Ne La coscienza di Zeno, in scena al Bellini fino al primo dicembre, il racconto stesso diventa un modo per affrontare questa mancanza di senso, un tentativo di dare forma all’assurdità della condizione umana.
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