Al Teatro Bellini dal 4 all’8 dicembre
Cose che so essere vere è un’opera teatrale del 2016 scritta dal pluripremiato drammaturgo australiano Adrew Bovell, in scena al Teatro Bellini dal 4 all’8 dicembre. L’adattamento italiano è prodotto dai Teatri Stabili di Torino, di Bolzano e del Veneto, la regia è firmata da Valerio Binasco.
Uno spettacolo che, con profondità e sensibilità, parla della famiglia e, inevitabilmente, della vita: delle sue assenze, delle sue presenze, delle sue nevrosi e del bisogno dei giovani di crearsi una propria identità, allontanandosi da quella casa che i genitori, invece, cercano disperatamente di proteggere.
La regia è il cuore pulsante di questo allestimento. Binasco non è nuovo nel riuscire con cura a far sentire estremamente vicina e commovente una storia partorita tanto lontano dal nostro paese. Anche in questa occasione, il risultato è impeccabile: un’eco universale nella sua rappresentazione di una famiglia piena di contraddizioni. La sua attenzione per i dettagli, la scelta di suddividere lo spettacolo in capitoli e il tono ironico e caotico, che tanto ricorda le famiglie italiane, conferiscono al testo un ritmo coinvolgente e un impatto emotivo dirompente.
Al centro della vicenda, Giuliana De Sio interpreta con intensità il ruolo di Fran, la madre di quattro figli, capace di trasmettere tanto la durezza quanto la fragilità di una donna che lotta per mantenere salda la sua famiglia. Il confronto tra due donne, Fran e la figlia maggiore Pip (Stefania Medri), che cerca di evolversi, di non ripetere gli stessi errori della madre, è uno dei momenti più intensi dello spettacolo. La De Sio e la Medri sono travolte da un atavico rapporto complesso, fatto di conflitti taciuti e poi esplosi, in cui ogni sfumatura è resa con precisione e pathos.
La narrazione si apre con Rosie (Giordana Faggiano), la più giovane dei quattro figli, che introduce il tema della nostalgia e della ricerca di stabilità attraverso una lista, “Cose che so essere vere”, scritta durante il suo viaggio “sabatico”in Europa. Il personaggio di Rosie, con la sua calma e delicatezza, dovute al fatto di non essere ancora sbocciata nella sua consapevolezza, è interpretato dalla Faggiano con una sensibilità che crea un immediato legame con il pubblico. La sua lenta conquista dell’indipendenza fa da controaltare ai tumulti emotivi che sconvolgono la sua famiglia.
I figli di mezzo, Mark (Giovanni Drago) e Ben (Fabrizio Costella), portano in scena il conflitto interno di chi cerca la propria identità lontano dalle aspettative familiari. Percorsi di ricerca nettamente diversi si intrecciano con i temi dell’inadeguatezza e del bisogno di appartenenza.
Valerio Binasco dona al personaggio di Bob, il padre, un’umanità straordinaria. Bob è un uomo ferito dalla società esterna che crede di aver costruito all’interno del suo giardino un rifugio di amore e sicurezza per la sua famiglia, per poi scoprire che quel giardino è diventato una gabbia di infelicità. E’ la stessa moglie, infine, a chiedere crudelmente al marito di lasciare che il giardino cresca selvaggio, senza potature, affinché si possa esso stesso esprimersi liberamente.
La scenografia di Nicolas Bovey, semplice e simbolica, mostra una casa con giardino, dichiarato protagonista della storia. Gli spazi aperti e le stagioni che si susseguono, enfatizzati dai soprattitoli, accompagnano il pubblico attraverso il ciclo della vita senza bisogno di cambi scenografici elaborati e puramente estetici. Ogni elemento, dalla drammaturgia alla messa in scena, contribuisce a creare un quadro vivido e coinvolgente.
Andrew Bovell, attraverso una scrittura lucida e toccante, ci parla della famiglia come di un intreccio ciclico di amore, dolore, crescita e perdono. Ogni personaggio contribuisce a questa narrazione collettiva o, utilizzando le parole dello stesso regista, al “naturalismo corale” della storia.
Dalla sala si esce commossi, con la consapevolezza di un’ineluttabile verità: nonostante tutto, la vita non si ferma a compatire, ma continua severa per la sua strada.
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