Recensioni

Gennareniello, di Eduardo De Filippo – regia di Lino Musella

In scena al Teatro San Ferdinando dal 20 dicembre al 5 gennaio

Debutta in prima nazionale Gennareniello, l’atto unico di Eduardo De Filippo scritto nel 1932 e che per questo allestimento vede la produzione del Teatro di Napoli per la regia di Lino Musella. Il San Ferdinando ospita dunque, fino al 5 gennaio 2025, un testo che vede il ritorno in scena di Musella dopo il successo di Tavola tavola, chiodo chiodo, spettacolo molto apprezzato sia dalla critica sia dal pubblico, che aveva seguito l’artista napoletano in una prolungata tournée nazionale e internazionale.

Se Tavola tavola, chiodo chiodo si concentrava sul personaggio eduardiano partendo dalle lettere e dai carteggi che raccontavano la storia del San Ferdinando – e quindi inevitabilmente di De Filippo – attraverso una partitura frutto dell’approfondita ricerca a cura di Musella, questa volta l’artista napoletano decide di firmare la sua prima regia eduardiana partendo da un testo molto particolare. Gennareniello nasce nel 1932, un anno dopo Natale in casa Cupiello: mentre quest’ultimo si è gradualmente arricchito fino ad arrivare a tre atti, Gennareniello è rimasto un atto unico, fondamentalmente adombrato dal colosso drammaturgico che Natale in casa Cupiello rappresenta sia nella produzione eduardiana che nella storia del teatro italiano. In Gennareniello si ritrovano alcuni topos che risentono degli elementi scenici presenti nel “fratello maggiore” : il dramma familiare, il figlio discolo incapace di comprendere come funziona davvero la società, le relazioni amorose e la disillusione. Gennareniello, brillantemente interpretato da Tonino Taiuti e affiancato da Gea Martire nel ruolo di Concetta, è un uomo che trova la sua felicità solo in quel modesto spazio di vita della sua terrazza, intrecciando la sua umanità con le esistenze degli altri personaggi che si rapportano nella vita quotidiana con il protagonista. Ne deriva un tenero disincanto, che tanto ricorda quel Luca Cupiello che cerca disperatamente di concentrarsi sul suo presepe quale unica ragione di vita del Natale, non riuscendo a comprendere le fratture familiari che lo circondano. Analogamente, Gennareniello è un uomo che non comprende le sofferenze di sua moglie, nonché gli evidenti problemi relazionali rappresentati dal figlio Tommasino, interpretato da Lino Musella. In scena troviamo anche Roberto De Francesco nel ruolo di Matteo, Alessandro Balletta nei panni di Michele Aiello, giovane ingegnere, Ivana Maione in quelli di Fedora, Dalal Suleiman è Anna Maria e Daniele Vicorito è O’ Russo, saponaro.

Le scene dello spettacolo sono di Paola Castrignanò, i costumi di Ortensia De Francesco e il disegno luci di Pietro Sperduti costruiscono questo atto unico immaginando un contesto familiare di uno stabile del centro storico di Napoli, in cui le terrazze si affacciano sui balconi dei palazzi antistanti, sospesi tra impalcature installate a seguito del terremoto del 1980 senza mai essere state rimosse. Il contesto è quello tipico degli anni 80, come vuole chiaramente far capire la regia di Musella ascoltando la radio con le notizie e i successi musicali di quella prima metà di un decennio in cui si inizia ad assistere all’avvento delle nuove tecnologie (si pensi al walkman che usa il personaggio di Tommasino) e alla fine di quel grande boom economico che aveva caratterizzato gli anni 60 e 70. I personaggi restano sospesi in un limbo tra il passato e il presente e il protagonista, Gennaro, è colui che rimane intrappolato nelle maglie di un passato che sembra ritornare sotto forme diverse, illudendosi che con la stessa canzone d’amore si possa ancora conquistare una bella ragazza o che rievocando i giochi dell’infanzia si possa evitare di pensare alla vecchiaia che sopraggiunge.

Nel complesso, questo allestimento risulta apprezzato dal punto di vista della sua esecuzione scenica, anche se bisogna riconoscere che presenta alcune perplessità. Lungi dall’effettuare valutazioni comparative che finirebbero inevitabilmente per riconoscere la natura minoris generis di questo testo rispetto al tanto somigliante Natale in casa Cupiello, si ha l’impressione soprattutto nella parte iniziale e finale dello spettacolo che si voglia allungare il tempo della rappresentazione per raggiungere un tempo sufficiente per proporre un atto unico in forma “finita”. Anche alla fine della rappresentazione, il cast regala al pubblico la declamazione della celebre poesia di Eduardo Io vulesse truvà pace, dividendosi le diverse strofe della poesia, pur recitandola con una lentezza che fa quasi perdere il ritmo stesso della poesia.

Viene da chiedersi quanto sia stato efficace l’intenzione registica di dilatare così tanto alcuni tempi scenici, rallentando in alcuni casi in modo eccessivo il ritmo della rappresentazione. La volontà di proporre questo come atto unico sembra parzialmente giustificabile alla luce del fatto che si intendono evidenziare alcuni aspetti poco conosciuti di un testo raramente rappresentato, con il risultato però di ottenere in alcune parti dello spettacolo l’effetto inverso: anziché soffermare l’attenzione dello spettatore su alcuni elementi del testo, si incorre in un rischio di distrazione derivante da un’esecuzione che rallenta eccessivamente in alcuni passaggi. Il risultato è una rappresentazione scenica interessante, oltre che coraggiosa nel portare in scena un testo di Eduardo poco conosciuto dal pubblico, seppur migliorabile nell’intesa tra i diversi personaggi, nel ritmo delle battute e nella fluidità dei cambi di scena.

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