Recensioni

Tempesta – da Shakespeare, adattamento e regia di Rosario Sparno

Alla Sala Assoli dal 28 dicembre al 5 gennaio

La tempesta, anche se attesa, coglie sempre alla sprovvista. Non si sa quando inizia, quanto durerà e cosa porterà via con sé dopo il suo passaggio.

La Tempesta di Rosario Sparno, adattamento dell’omonima opera shakespeariana, segue lo stesso principio. Nel foyer di Sala Assoli, gli spettatori vengono catapultati nella tempesta e nella storia senza preavviso: le porte dell’ingresso del teatro si chiudono, un attore (Luca Iervolino) giunge dietro la biglietteria e da solo gestisce il suo disegno luci, parla in rima abituando l’orecchio del pubblico alla poesia e con un mucchio di sale anticipa l’istallazione d’arte contemporanea nella quale proseguirà lo spettacolo. Piccoli gesti carichi di ingegno e studiata cura che catturano l’attenzione fin dal primo istante.

Si accede in sala dopo la breve introduzione e le sedute per gli spettatori incorniciano la scenografia di Antonella Romano. Un’isola deserta costituita da due tonnellate di sale, una lamiera di ferro arrugginita dà voce a maremoti, fulmini e saette, ma anche ai timori e agli incantesimi. Qui vi abitano Prospero, duca di Milano (Massimiliano Foà), sua figlia Miranda (Paola Zecca) e lo schiavo Calibano (Luca Iervolino). Una vasca da bagno sulla sinistra della scena diviene il portale di due mondi: il rifugio di Miranda, ma anche la prigione dello spirito Ariel (Paola Zecca), costretto come Calibano alla schiavitù.

Fili di ferro tessono le trame della storia, come la maschera di fili metallici realizzata da Giuseppe Avallone per il personaggio di Ariel, il costume di re Ferdinando (Luca Iervolino) e una decina di rose sul fondo della scena che portano nuovamente la firma della Romano. Simboli che non solo arricchiscono visivamente l’allestimento, ma aggiungono un ulteriore strato di significato, come se ogni dettaglio fosse intriso della tensione tra la libertà e la costrizione.

Gli attori creano una forte complicità tra di loro, giocando tra il dramma e momenti di clownery che alleggeriscono, ma mai sminuiscono, la pesantezza della tragedia sottesa. L’interazione tra i personaggi diventa così un gioco di equilibrismi tra il comico e il tragico senza perdere di vista la drammaticità della condanna che affligge ciascun protagonista: il dover essere sempre o schiavi o padroni, intrappolati in un ciclo ineluttabile di potere e subalternità.

Questa dinamica trasforma i personaggi in pedine del grande gioco di Prospero, il quale manipola i destini dei suoi nemici utilizzando la magia per vendicarsi dell’esilio a cui fu condannato dodici anni prima.

Alonso, Sebastian, Gonzalo e Antonio naufragano sull’isola e, nel gioco di magia e vendetta, vengono simbolicamente ridotti a bocce lanciate lungo la scena dall’osservante Ariel.

Lo spettacolo nasce quindici anni fa e apre il dittico Shakespeare e l’illusione, che si conclude con Sogno, entrambi prodotti da Casa del Contemporaneo. Un progetto che esplora il potere del teatro nell’illudere e nel far riflettere, offrendo continuamente nuovi spunti di fascino e introspezione.

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