Al Teatro Diana dal 29 gennaio al 9 febbraio
Marcello e Immacolata Consalvi sono due coniugi che abitano in una elegante casa nel ghetto ebraico degli anni ‘50. Il primo trascorre le sue giornate davanti alla televisione, guardando il programma di Mike Buongiorno Lascia o raddoppia. La seconda, sempre vestita di tutto punto, gestisce gli affari delle quattro case e dei due negozi di cui sono intestatari. Intestatari, appunto, e non proprietari, giacché il “Padrone”, come lo chiamano, è un romano ebreo che, a causa delle leggi razziali e della successiva deportazione, intesta ai coniugi Consalvi i propri beni in quanto prestanome fidati.
Ne L’ebreo, spettacolo di Gianni Clementi in scena al Diana fino al 9 febbraio per la regia di Pierluigi Iorio, Nancy Brilli interpreta la cinica Immacolata, donna affascinante e al contempo dotata di una lucida certezza: pur se mera intestataria insieme al marito (interpretato da Fabio Bussotti), lei quella casa non la vuole più lasciare. Nelle prime scene dello spettacolo, emerge con evidenza il netto distacco tra la casa alto borghese in cui si svolgono le vicende di questo spettacolo e l’estrazione sociale dei personaggi che la popolano. D’altronde, essi si ritrovano intestatari di beni immobili a causa di una drammatica condizione che aveva afflitto la minoranza ebraica a partire dal 1938. La pratica dei prestanome risultava per gli ebrei l’unico strumento possibile per evitare l’espropriazione dei beni, facendo affidamento su persone fidate, a cui intestare temporaneamente i propri patrimoni.
Pierluigi Iorio costruisce uno spettacolo che alterna momenti di leggerezza ad altri di intensa drammaticità, con un crescendo di tensione legato all’eventualità che il legittimo proprietario, l’ebreo appunto, possa tornare a reclamare la sua casa. Questo sospetto progressivamente trasforma l’atmosfera, portando in primo piano la paura dei Consalvi di dover abbandonare ciò che considerano ormai la loro dimora e il rigetto del loro passato di povertà e subordinazione.
La performance di Nancy Brilli è assolutamente convincente: la sua interpretazione cattura e trascina lo spettatore in un ritmo sempre più serrato, soprattutto nella parte centrale e finale della rappresentazione. Ottima la complicità con Fabio Bussotti e Claudio Mazzenga, i quali, insieme a lei, riempiono il palcoscenico con una sinergia palpabile, che si manifesta tanto nei dialoghi quanto nel sottotesto della drammaturgia. Le scene di Alessandro Chiti, i costumi di José Lombardi e le luci di Javier Delle Monache contribuiscono a sottolineare la crescente oppressione che avvolge i protagonisti. La paura del ritorno dell’ebreo li induce a barricarsi in casa, serrando le imposte e vivendo nel terrore di un’improvvisa irruzione nel loro presente. Brilli, alternando recitazione in prosa e dialetto romano, restituisce la complessità e le contraddizioni dei personaggi, disseminando nel racconto il germe del cinismo, dapprima estraneo a marito e amico, ma progressivamente inevitabile di fronte alla possibilità di perdere tutto.
Lo spettacolo rappresenta un allestimento ben riuscito che inchioda sulla sedia lo spettatore, con uno sviluppo della storia e un finale assolutamente inaspettato, in grado di tenere insieme sia la dimensione umoristica di cui si caratterizza questo testo sia il thriller noir che prende piede nel corso della rappresentazione.
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