Al Teatro Nuovo dal 20 al 23 febbraio
La semplicità ingannata è un monologo ironico-satirico che porta alla luce un capitolo poco conosciuto della storia italiana del 1500: una rivoluzione tutta al femminile tra le mura del Convento delle Clarisse di Udine, una presa di potere occultata per secoli che fece tremare la Chiesa Cattolica.
Lo studio di documenti pervenuti direttamente dagli archivi ecclesiastici, di carteggi, la collaborazione con accademici come Giovanna Paolin e i libri di Arcangela Tarabotti (monaca di clausura del 1600) hanno permesso oggi a Marta Cuscunà di ridare voce e dignità alle protagoniste di questa rivoluzione.
Nel 1500, la nascita di una figlia femmina rappresentava una perdita economica per la famiglia a causa della dote. Come ironicamente mostra Cucusnà all’inizio della scena, non sempre era facile “metterla all’asta”, o perché non particolarmente bella, o per lo spirito indomito o, più semplicemente, per mancanza di liquidità.
Queste donne erano dunque costrette a prendere i voti e vivere recluse in monastero, sotto stretta sorveglianza, almeno in teoria. Le monache Clarisse, però, elusero i controlli ed elaborarono strategie per trasformare la loro microsocietà in un ambiente matriarcale. Procurandosi libri di ogni genere – scientifici, storici, teatrali, sacri ed eretici – diventarono un punto di riferimento culturale, tanto da essere scelte come educatrici non solo per le future suore, ma anche per le giovani promesse spose. Tuttavia, il prestigio e la notorietà che raggiunsero attirarono più volte l’attenzione della Chiesa Cattolica, che temeva possibili emulazioni e scandali.
La scena si presenta essenziale e sobria, dando così risalto alla recitazione e alla potenza emotiva del racconto. Ogni elemento è scelto con grande cura e la forza dello spettacolo risiede proprio nel valore che l’interprete gli attribuisce. Un crocifisso sullo sfondo, sette marionette create dalla mano di Eleonora Ferrandino (sei monache e un vicario) grottesche e affascinanti), un bouquet di banconote e due soli cambi d’abito, dal bianco al nero: questi pochi, ma significativi, oggetti sono sufficienti a delineare l’intera storia. Minimalista è anche il disegno luci (Claudio Parrino) e la scelta dei brani. Tutta la costruzione della scena è esattamente ciò che appare, nulla di più; è l’interprete, invece, a superare i confini, vestendo i panni di innumerevoli personaggi, ciascuno con la propria identità, voce e postura. Questa capacità, che potremmo definire multiforme, di Marta Cuscunà rende, paradossalmente, il monologo sorprendentemente corale.
Lo spettacolo diverte e colpisce, mescolando l’ironia e l’astuzia delle donne con il timore reverenziale che le accompagnava. Una storia di solidarietà femminile che dimostra come l’unione faccia la forza e che i diritti non sono concessi, ma vanno conquistati.
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