Al Teatro Mercadante dal 30 aprile all’11 maggio
Debutta in prima nazionale al Teatro Mercadante di Napoli lo spettacolo Serotonina, adattamento teatrale dell’omonimo romanzo del 2019 di Michel Houellebecq, per la regia di Patrick Guinand e con la produzione del Teatro di Napoli.
L’opera si presenta come il racconto in prima persona di un uomo di mezza età che, nel ripercorrere il proprio passato, traccia un bilancio disilluso della propria esistenza. Il testo mescola elementi autobiografici a tratti paradossali e ironici, offrendo un affresco distopico e malinconico della condizione umana contemporanea, segnata da rassegnazione, solitudine e un malcelato disgusto verso una società percepita come ipocrita. Il protagonista trova un unico sollievo nell’assunzione di una pillola a base di serotonina, che gli regala fugaci momenti di oblio, quasi un anestetico dell’anima più che un autentico rimedio alla sofferenza.
In scena, Andrea Renzi sostiene con intensità un lungo monologo che attraversa l’intera rappresentazione (oltre due ore), mentre Rebecca Furfaro appare in brevi quadri evocativi nei panni di donne del passato o presenze oniriche, restituendo frammenti della memoria del protagonista.
La scenografia essenziale di Claude Santerre — un appartamento spoglio, privo di identità visiva, con pochi oggetti simbolici come una bottiglia di vino, un calice e un divano — sottolinea visivamente il vuoto esistenziale del personaggio. I costumi di Giuseppe Avallone e le luci disegnate da Hervé Gary contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa, quasi claustrofobica, coerente con l’universo interiore narrato in scena.
Dal punto di vista teatrale, Serotonina rappresenta un’operazione ambiziosa e, sotto certi aspetti, coraggiosa. Trasporre in scena un’opera letteraria densa e complessa come quella di Houellebecq, connotata da uno stile fortemente introspettivo, ironico e frammentario, implica un rischio formale e contenutistico non indifferente. La regia di Patrick Guinand opta per una trasposizione pressoché integrale del romanzo, rinunciando a soluzioni drammaturgiche che potessero alleggerire la densità narrativa o rielaborarla in chiave più teatrale.
Andrea Renzi sostiene con autorevolezza il peso del monologo, dimostrando una padronanza espressiva notevole: i cambi di ritmo, l’uso modulato della voce e la capacità di aderire al tono cangiante del testo restituiscono con efficacia il tormento esistenziale del protagonista. Tuttavia, la natura del materiale di partenza — intriso di solitudine, depressione, disincanto e farmacodipendenza — pone sfide significative anche per lo spettatore, chiamato a reggere la tensione di oltre due ore incentrate su una narrazione frammentata e profondamente interiore.
La prima parte, animata da un’ironia paradossale, lascia presagire una forma di dramma esistenziale temperato da tratti di leggerezza; ma si tratta di un’illusione destinata a svanire. Nella seconda parte, il tono si fa sempre più cupo, trascinando il protagonista (e con lui lo spettatore) in una spirale discendente segnata da alienazione e impotenza.
Il risultato scenico, pur artisticamente coerente, restituisce in modo fin troppo fedele la fatica dell’adattamento: la domanda che sorge spontanea è se il regista Guinand sia davvero consapevole dell’impatto che questa forma di trasposizione ha sul pubblico. Qual è, dunque, il messaggio che si intende veicolare? Qual è l’obiettivo scenico? A parere di chi scrive, esso risulta difficilmente individuabile. Se, da un lato, si può riconoscere nella fedeltà allo stile narrativo di Houellebecq una scelta artistica precisa, dall’altro lato si ha l’impressione che tale stile, pur efficace in ambito letterario, fatichi a trovare un corrispettivo altrettanto incisivo in ambito teatrale.
A ciò si aggiunge una questione culturale non secondaria: l’adattamento al contesto italiano — e, nello specifico, a un pubblico napoletano — richiede inevitabilmente un lavoro di mediazione linguistica e simbolica che qui appare parziale. Se è vero che il teatro può aspirare a una forma di universalità, è altrettanto vero che esso si misura sempre con un pubblico concreto, inserito in una determinata realtà. In questa prospettiva, Serotonina sembra non riuscire a stabilire un dialogo autentico con il pubblico presente alla sua prima nazionale.
In definitiva, Serotonina è un’operazione teatrale di valore, che tuttavia presenta un equilibrio delicato tra fedeltà letteraria e necessità scenica: un atto di coraggio per l’interprete, e uno sforzo interpretativo non trascurabile per il pubblico.
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