Recensioni

Ho visto un Re – di Giorgia Farina

dal 30 aprile al cinema

Ho visto un re di Giorgia Farina è ambientato nel ventennio fascista, più precisamente a Roccasecca, un piccolo comune in provincia di Frosinone. Il Regime impone rigore e disciplina anche nella vita privata e quotidiana e naturalmente Roccasecca, seppur piccola realtà, non si sottrae a questa condotta. Tra le pieghe di tale imposizione, però, emerge un’anima diversa: quella più umana e solidale della campagna. Un’anima che il film svela progressivamente, nei gesti semplici, nei legami familiari, nella fedeltà agli affetti più che alla propaganda.

A incarnare da subito questa ambivalenza è il giovane protagonista Emilio (Marco Fiore), che apre il film fondendo gioco e racconto, realtà e immaginazione. Con l’arrivo di un re etiope (Gabriel Gougsa) come prigioniero nel casale di famiglia, per Emilio tutto cambia: ciò che prima era gioco ora diventa esperienza, incontro, crescita.

Il contrasto tra ciò che il regime pretende e ciò che la campagna vive davvero si riflette anche nello spazio fisico e visivo. La casa del brigadiere (Giulio Forges Davanzati) incaricato di sorvegliare il prigioniero abissino, è modesta, quasi cupa, segnata da un’esistenza ordinaria e silenziosa. Al contrario, la casa del podestà (Edoardo Pesce) — ampia e luminosa — impone la sua presenza come simbolo di potere, pur essendo proprietà della moglie (Sara Serraiocco) e del cognato (Lino Musella). Ed è proprio qui che il film suggerisce una verità sottile: nel mondo fascista, il possesso non è mai autentico, ma sempre un’usurpazione. Il podestà si appropria di una casa che non gli appartiene, il comandante (Gaetano Bruno) seduce la moglie del podestà con parole ricercate e promesse vuote, mentre il re etiope è l’unico che racconta senza filtri la violenza delle conquiste italiane nella sua terra.

Il male e il dolore non vengono mai mostrati in modo diretto nel film, ma è come se fossero solo citati. Anche i gesti più crudeli — lo scherno, il bullismo, l’umiliazione e le frustate — restano sullo sfondo, come se il film scegliesse di raccontare la violenza non con la brutalità dei fatti, ma con la delicatezza di chi, come Emilio, ancora non riesce a comprenderne il senso.

Un focus importante è posto sull’educazione dei bambini, i futuri italiani. È lì che il Regime investe con più forza, eppure è proprio lo sguardo dei più piccoli a fuggire da quella rigidità, a cercare un’altra via. La storia si muove su questo margine: tra imposizione e fantasia, tra potere e umanità.

La sceneggiatura firmata da Giorgia Farina, Valter Lupo e Franco Bernini è intelligente e ironica, capace di affrontare temi delicati con uno sguardo leggero ma mai superficiale. Il cast è brillante: ogni personaggio adulto lascia trasparire un senso profondo di orgoglio, di superiorità, di convinzione di essere migliore degli altri. Il piccolo protagonista, al contrario, parte come il più insicuro e timido, ma lo vediamo lentamente guadagnare coraggio e forza, in un percorso di crescita emotiva sincero e convincente.

Ho visto un re è una produzione Stemal Entertainment, Medusa Film, Les Films d’Ici e Rai Cinema.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento