Al Teatro Sannazaro dal 16 al 18 maggio
La differenza tra un attore bravo ed un attore che davvero risplende sta nella sua capacità di generare stupore. Per farlo, deve essere imprevedibile, correre un rischio e soprattutto credere fino in fondo nel proprio azzardo. Dove regna la prevedibilità e il pubblico resta passivo, lì – come ammoniva Peter Brook – abita il teatro morto. Dove, invece, la scena tradisce le aspettative e si fa viva, lì c’è Lino Musella.
Nel 2016, Dario Jacobelli pubblicò 30 sonetti di Shakespeare traditi e tradotti in napoletano, per la casa editrice Ad Est dell’Equatore, all’interno della collana Liquid. Meno di un anno dopo, quelle parole su carta hanno trovato corpo nello spettacolo L’ammore nun’è ammore, grazie all’interpretazione vibrante di Lino Musella e alle musiche originali di Marco Vidino. Lo spettacolo, prodotto dall’Associazione Culturae Cadmo, prende il titolo dal Sonetto Shakesperiano 116, presente nella raccolta di Jacobelli.
Musella, qui anche regista, costruisce un impianto scenico ricco di elementi squisitamente teatrali: in primis un teschio, poi una piccola rampa di scale, una scrivania, candele, uno specchio, una parrucca e il fumo di un incenso prima, di una sigaretta poi. Ogni oggetto, ogni gesto è fortemente evocativo e nutre il racconto. L’attore incarna i sonetti con versatilità: si trasforma, si maschera, gioca con i generi e con l’età passando fluidamente da un registro ironico ad uno drammatico.
In L’ammore nun’è ammore, Lino Musella intreccia un dialogo vivo e continuo con le musiche di Marco Vidino, che in scena dà voce a una varietà di strumenti a corda e a percussione, maneggiati con grazia e inventiva. Non si tratta di un semplice accompagnamento sonoro, ma di un confronto serrato e fertile tra voce, gesto e suono: la musica attraversa il testo, lo incalza, lo reinventa, diventando parte integrante della drammaturgia.
A completare questa partitura scenica, intervengono le luci, che disegnano lo spazio attraverso un raffinato gioco di chiaroscuri. Ora aprono squarci d’intimità, ora avvolgono la scena in una penombra carica di suggestioni e scandiscono il tempo interiore della performance, potenziano la dimensione rituale del riportare in vita – hic et nunc – le riflessioni immortali di Shakespeare.
La forza dello spettacolo risiede nella sua capacità di trasformare la poesia in atto concreto, di non lasciarla mai confinata alla parola. Anche gli sguardi, il respiro e le apnee si fanno verso. È una poesia che si costruisce nel ritmo condiviso tra attore, musicista e spettatori. Un incanto teatrale che riesce a essere al tempo stesso fisico ed astratto, popolare e colto, viscerale ed intellettuale.
I sonetti – come rivela già il titolo dello spettacolo – diventano così una dichiarazione d’amore: non l’amore idealizzato o romantico, bensì quello più maturo, consapevole della propria fragilità, della caducità del tempo. Un amore che si fa resistenza, dolce ricatto, che ci tiene in piedi anche quando tutto vacilla, perché non possiamo o non vogliamo lasciarlo solo.
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