Al Teatro Bellini dal 13 maggio all’1 giugno
Tra il 1969 e il 1983 si contano 4.290 attentati in Italia: quasi due bombe ogni due giorni. È questo il clima degli anni di piombo, quando artisti e intellettuali – spesso coincidenti – sentivano un obbligo morale di smuovere le coscienze e incoraggiare una partecipazione politica attiva.
Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo è un esempio emblematico di questo teatro civile. Andato in scena per la prima volta nel 1970, è un giallo grottesco-satirico che indaga la morte di Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico precipitato dalla finestra della questura di Milano durante un interrogatorio sulla strage di Piazza Fontana. Un fatto di cronaca le cui dinamiche, allora come oggi, restano ambigue.
Lo spettacolo parte da una premessa più realista del re e la oppone a una recitazione grottesca, barocca, spesso assurda – cifra distintiva del teatro di Fo.
Dal 13 maggio all’1 giugno, il Teatro Bellini ripropone quest’opera magna del Nobel italiano con la regia di Antonio Latella. Il segno più evidente della messa in scena è il palco stesso (Giuseppe Stellato): una struttura di legno che riproduce la sagoma in gesso tracciata dalla polizia sulla scena del crimine. Gli attori vi camminano sopra, delineandone i contorni, quasi a voler fare chiarezza passo dopo passo.

Fo spesso faceva sedere il pubblico in cerchio intorno all’azione, in armonia con l’anarchia del testo e della scena. Latella riprende questo spirito spostando il palco in platea e posizionando il pubblico sugli spalti e sul palco tradizionale.
Ancora oggi è presente un richiamo alla commedia dell’arte, cara all’autore, suggerito da maschere visibili e ingombranti: fantocci legati agli attori che alludono a una società manipolata, la quale perde progressivamente la propria umanità (indossati e agiti da Annibale Pavone, Edoardo Sorgente, Emanuele Turetta).
Gli interpreti, però, non perdono mai il controllo: mantengono viva l’energia della scena e riescono a dare dignità a ogni personaggio, anche ai più caricaturali, senza cadere nell’eccesso gratuito. Un equilibrio non facile, frutto evidente di un lavoro attorale mentalmente e fisicamente impegnativo.

Le luci (Simone De Angelis), quasi sempre accese sull’intera sala, coinvolgono attivamente il pubblico, chiamato a sentirsi parte della messa in scena. È un teatro che interpella, che chiede attenzione continua.
Dalla fine del primo atto, un battito costante (Franco Visioli) – tanto ripetitivo da sfiorare l’annullamento – tiene lo spettatore in uno stato d’allerta latente.
Gli oggetti e i luoghi sono evocati più che mostrati. In un presente saturo di stimoli, Latella si fa anarchico asciugando la scena: così ogni dettaglio, quando arriva, acquista forza. Emblematico l’ingresso della Giornalista dell’Espresso (Caterina Carpio) – unica in costume d’epoca (Graziella Pepe) – con parrucca ampia e colori accesi tanto quanto il tono con cui irrompe nella narrazione. Sarà lei a conferire credibilità alle indagini condotte dal Matto istrionico (Daniele Russo): colui che apre lo spettacolo e ne lascia il finale sospeso. Un folle che richiama il fool shakespeariano: l’unico in grado di sfidare l’ipocrisia della società e della politica.
Daniele Russo nel ruolo del Matto si mostra abile nell’attraversare molteplici registri con fluidità e precisione, fondendo con rara efficacia la comicità farsesca a una pungente ironia.
Fo non si limita al caso Pinelli. Il suo teatrante rompe la quarta parete e si rivolge direttamente al pubblico, denunciando le contraddizioni della giustizia e della socialdemocrazia di ieri come di oggi.
Morte accidentale di un anarchico costò a Dario Fo quaranta processi in tutta la penisola e l’interruzione della tournée per via di provvedimenti giudiziari. Oggi, un tale livello di censura sarebbe difficile da immaginare in Italia. Lo spettacolo, però, ci lascia con una domanda bruciante:
l’indignazione che nasce davanti a un’ingiustizia ci rende davvero liberi o è solo una valvola di sfogo concessa dal potere affinché tutto resti invariato?
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