Recensioni

Il Cavaliere Povero – di e con Valerio Pietrovita

CTF 2025 – Al Teatro Teder il 18 giugno

Con Il Cavaliere Povero, Valerio Pietrovita costruisce un’opera radicalmente teatrale, dove ogni oggetto, gesto e voce si carica di senso. La scena è composta con misura: un microfono defilato, una batteria poco dietro, una sedia, un lampadario vintage, una panchina a destra. tra gli indumenti, un mantello, un cappello e un paio d’occhiali (Daniela Montella e Yesey Cappelli) diventano strumenti narrativi, maschere che alimentano l’immaginazione. Fra le mani, uno scrigno che emana luce e custodisce doni, dai più concreti ai più simbolici. Tutto è essenziale ed efficace.

L’ingresso in scena avviene dalla platea, con movimenti lenti, quasi trattenuti, come se l’attore chiedesse silenziosamente il permesso di iniziare. Al microfono, la prima voce è in dialetto napoletano: scelta che segna subito un piano viscerale, diretto, che apre lo spettatore a una dimensione intima del racconto.

Ciò che si svolge di lì a poco va oltre il semplice monologo. Pietrovita si moltiplica in decine di presenze, modulando registri e fisicità con precisione. Le sue metamorfosi danno corpo a uno spettacolo polifonico, più vicino al teatro d’ensemble che alla prova d’attore solitaria.

Liberamente ispirato a L’Idiota di Dostoevskij, il testo segue l’arrivo del principe Lev Nikolaevič Myškin dalla Svizzera in una Russia spietata. Ultimo della sua stirpe, economicamente fragile, affetto da una malattia nervosa, Myškin è un uomo inadatto alla mondanità che lo circonda. Eppure, proprio per il suo titolo nobiliare, viene accolto a corte. L’attore restituisce con vivacità le scene mondane: balli, incontri, schermaglie sociali. Interpreta a turno tutti gli invitati, offrendo una partitura scenica variegata e sempre mobile. Ma è nel contrasto tra l’ingenuità del principe e il cinismo dell’ambiente che il racconto si fa tragico. I suoi discorsi genuini e speranzosi, vengono derisi come ingenui, insensati. Viene additato come “l’idiota”, appunto.

Al cuore dello spettacolo c’è una storia d’amore, ma ancor più forte è la sua perdita. Myškin si innamora di una donna prima di conoscerla, semplicemente osservando il suo ritratto. Il principe, però, non potrà impedirne il suo assassino, al quale contribuisce involontariamente. Questa sorte nefasta rivela il vero asse tematico della messinscena: non tanto l’amore, quanto la fine, il crollo, la scomparsa.

Eppure Il Cavaliere Povero non cede mai alla retorica del lamento. La morte viene attraversata con ironia, distanza, perfino leggerezza. Un “personaggio secondario” – come si autodefinisce – commenta gli eventi con tono disilluso e pungente. È un nichilista, sempre interpretato dallo stesso Pietrovita, che smonta il mito del principe e lo riporta con forza al presente. Lo fa con un cappello di paglia, un paio d’occhiali, e un corpo leggero, danzante, che richiama la malinconia comica di Totò. Attraverso di lui, lo spettacolo si apre a una riflessione più ampia sulla disillusione contemporanea, sulla fragilità dell’ideale.

In questo senso, il titolo Il Cavaliere Povero è tutt’altro che decorativo. Fissa l’identità di un protagonista inadatto al mondo che lo circonda, ma anche la condizione stessa dell’attore, oggi: squattrinato, autentico, pieno di fantasmi da esorcizzare con il corpo, la voce, il gioco. Il teatro, allora, diventa il suo campo di battaglia, ma anche il suo altare.

La scelta del Teatro Teder – chiesa sconsacrata – è provvidenziale. L’allestimento dialoga con lo spazio: nei momenti più densi, fasci di luce (Davide Scognamiglio ) proiettati alle spalle del fondale bianco svelano l’immagine di una Madonna, statua sopravvissuta all’abbandono del luogo. È come se vegliasse sul racconto – e sul pubblico – con una muta tenerezza materna e divina, invocata e respinta allo stesso tempo.

In Il Cavaliere Povero, tutto si muove in un equilibrio sottile tra sogno e disincanto, tra parola e corpo. Valerio Pietrovita non si limita ad interpretare un testo: lo attraversa, lo abita, lo custodisce e lo offre come un dono fragile e necessario. È un teatro che non si spegne con l’ultima scena, ma continua a risuonare, lasciando un’eco profonda nel tempo dello spettatore.

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