Recensioni

La patente – U’ picciu, di Luigi Pirandello, adattamento e regia di Fulvio Cauteruccio

CTF 2025 – Al Teatro Trianon Viviani il 19 giugno

Ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa schifosa umanità, che veramente credo d’avere ormai in questi occhi la potenza di far crollare dalle fondamenta una intera città!

La patente è una novella di Luigi Pirandello del 1911, poi confluita nella raccolta Novelle per un anno. Non concepita originariamente per la scena, essa si presta però a una efficace trasposizione teatrale, grazie alla forza simbolica del protagonista, Rosario Chiarchiaro. Egli incarna in forma esemplare l’umorismo pirandelliano: non nel senso comico, ma secondo quella categoria critica che Pirandello stesso teorizzò come scarto fra forma e vita, fra maschera e identità.

Chiarchiaro sceglie consapevolmente di indossare la maschera dell’iettatore, figura arcaica e superstiziosa, per rovesciare il pregiudizio in arma sociale: il suo abito nero, le sue movenze rituali e il suo sguardo fisso non sono che elementi di una performance studiata. Il fine paradossale è ottenere una patente ufficiale — un riconoscimento giuridico, de iure — della sua capacità di portare sfortuna, così da poter monetizzare quel timore che già lo isola. Il processo che ne consegue diventa allora un tribunale dell’assurdo, in cui la superstizione chiede legittimazione proprio attraverso gli strumenti della razionalità giuridica.

Nell’allestimento presentato in occasione del Campania Teatro Festival 2025, al Teatro Trianon Viviani, Fulvio Cauteruccio firma la regia e interpreta il protagonista Rosario Chiarchiaro, affiancato in scena da Massimo Bevilacqua e Flavia Pezzo, con la voce recitante di Ninni Bruschetta, per una produzione della Compagnia Teatrale Krypton.

La messa in scena si caratterizza per una regia essenziale ma stratificata: da un lato, si assiste a un riadattamento del testo originale mediante l’inserimento di inserti musicali che conferiscono una connotazione storica coerente con l’impianto pirandelliano; dall’altro, la regia introduce momenti di interazione diretta con il pubblico e accenti di comicità che spezzano la quarta parete, stimolando una riflessione sul reale potere attribuito – o autoattribuito – al sedicente iettatore.

Gli elementi scenici curati da Pierluigi Puccini e i costumi firmati da Frida Schneider contribuiscono a scomporre narrativamente la rappresentazione in due segmenti: nella prima parte, si ricostruisce la vicenda personale di Chiarchiaro e le motivazioni, talvolta ambigue e forzate, che lo hanno spinto a costruirsi una figura tanto controversa quanto temuta; nella seconda, viene messo in scena il momento del processo, dove l’umorismo pirandelliano si rivela nella sua cifra più profonda, quella del paradosso logico e morale, che apre a suggestioni proprie del teatro dell’assurdo.

Il risultato è una rappresentazione teatrale che, soprattutto nella parte finale, riesce a convincere lo spettatore, grazie a una resa efficace del nucleo paradossale e umoristico del testo. Tuttavia, si rileva un chiaro distacco rispetto all’opera originaria, che in alcuni momenti può risultare di difficile assimilazione. Gli intermezzi musicali, se da un lato alleggeriscono il tono della narrazione – talvolta affidata a una sola voce recitante – dall’altro faticano a trovare una collocazione registica coerente con la struttura complessiva dello spettacolo. Ne risente in particolare la prima parte, che avrebbe potuto giovarsi di una maggiore fluidità ritmica e compattezza drammaturgica.

Il gioco continuo tra passato e presente che caratterizza il testo pirandelliano si riflette con luci e ombre nell’adattamento proposto da Cauteruccio. L’interazione scenica si rivela uno degli elementi più riusciti, poiché sollecita una riflessione autentica sul peso delle convenzioni sociali e sulla costruzione identitaria del protagonista. Rosario Chiarchiaro, figura solo in apparenza folle, rivela invece un’infelicità profonda, che non nasce tanto dal potere del picciu che afferma di esercitare sugli altri, quanto dalla stigmatizzazione sociale che lo esclude e lo marginalizza. Il suo è un grido mascherato, ma tragicamente lucido, contro l’ipocrisia di una società che legittima il pregiudizio più di quanto non lo combatta. Una messinscena che ci ricorda come, talvolta, il vero stigma non sia nella maschera che si indossa, ma nello sguardo di chi la osserva.

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