Recensioni

Golem – di Amos Gitai e Marie-José Sanselme, regia di Amos Gitai

CTF 2025, Pompei Theatrum Mundi – Al Teatro Grande di Pompei il 20 e il 21 giugno

Il Golem, figura mitologica della tradizione ebraica, è all’origine di molti miti moderni. Dal mostro di Frankenstein ai supereroi, dai robot alle intelligenze artificiali, tutti discendono idealmente da questa creatura di argilla, modellata per compiere una missione ben precisa: liberare il popolo ebraico dalle continue e violente persecuzioni.

La sua anima è una parola incisa sulla fronte “verità” che rappresenta il desiderio profondo di far emergere ciò che è giusto, proteggere gli oppressi, fermare l’ingiustizia. È un essere obbediente, privo di autonomia, capace solo di eseguire comandi. Come ogni macchina, funziona solo se ben progettata. In questa sua natura meccanica e programmata, il Golem si fa ponte simbolico con le tecnologie contemporanee, evocate della regia attraverso immagini binarie, proiezioni di 0101, che scorrono sullo sfondo come una nuova lingua.

Amos Gitai e Marie-José Sanselme costruiscono una narrazione che fonde mito e memoria storica. Alle origini leggendarie della creatura si affianca un racconto vivido e spietato delle persecuzioni subite dagli ebrei: violenze gratuite, torture legalizzate, accuse infondate, ma soprattutto la disumana brutalità privata, quella che nasce dall’odio sedimentato nei secoli, alimentato da ogni popolo estraneo alla cultura del diverso. È questo aspetto a colpire di più: non tanto il terrore sistemico, quanto la ferocia cieca che si abbatte da persona a persona.

Il racconto si compone attraverso un coro di voci in otto lingue: tedesco, inglese, arabo, francese, ebraico, spagnolo, russo e yiddish. Molte di queste convivono ancora oggi in Medio Oriente, dove in alcuni territori si abbracciano, in altri si combattono. Lo yiddish, unica lingua “morta” tra quelle in scena, è paradossalmente la più viva nello spettacolo. Perché “più è morta una lingua, più sono vivi i fantasmi”. È povera di termini tecnici, ma ricchissima nel definire la condizione umana. Una lingua senza esercito, senza governo, eppure fortissima, capace di custodire un’intera visione dell’umanità.

“È la lingua di mia madre”, si dice durante lo spettacolo. Un’affermazione che vale come chiarimento e dichiarazione d’amore. Secondo la tradizione ebraica, infatti, è dalla madre che si eredita l’appartenenza. Se per un pubblico occidentale la madre evoca – e non è poco – l’“ammore immenso” di chi ti ha dato la vita per poi lasciarti libero di farne ciò che vuoi, in culture dove la tribù ha ancora un valore sacro, la lingua materna richiede un impegno totale. Bisogna dedicarsi a lei con ogni parte di sé, per non essere complici della scomparsa.

La parte storica e filologica è frutto del lavoro di Rivka Markovitsky Gitai, mentre la regia porta la firma di Amos Gitai, che è anche co-autore del testo come già specificato sopra. Lo spettacolo dialoga idealmente con Golem – Lo Spirito dell’Esilio (1992), film dello stesso Gitai, in cui il mito veniva esplorato attraverso la lente dell’identità errante, della diaspora e del dislocamento. Anche lì, il Golem non è salvatore né distruttore, ma una creatura instabile, figlia del trauma e dell’urgenza.

Una delle scelte più potenti della messa in scena è quella di dare voce agli attori stessi, che raccontano il proprio legame con il mito, restituendo così un Golem molteplice, riflesso di storie personali, memorie familiari, esperienze di oppressione o speranza. Il testo recitato si alterna a canti, video, musiche, e tutto si intreccia in un’architettura teatrale densa, stratificata. Le canzoni, a differenza dei testi, non vengono tradotte né sopratitolate: restano sospese, misteriose, lasciate al potere evocativo del suono.

Un momento emblematico è quello in cui un attore chiede di trovare sinonimi per la parola yiddish “nebekh” (povero). Il musicista risponde più volte con il violino, finché non viene redarguito. Il dialogo tra le arti, qui, diventa esplicito: il linguaggio musicale risponde con la sua voce, autonoma e irriducibile.

Lo spazio scenico si popola di abiti logori, dai colori smorti. Vengono lanciati all’inizio, trascinati, calpestati, poi indossati, tolti e fatti agire. Trattati ora come stracci, ora come anime. Un’immagine forse già vista, ma sempre viva, che continua a ricordare i corpi, le loro identità, le storie che portavano cucite addosso.

Il senso dello spettacolo è tutto nel desiderio che si avverte da subito: quello di una pace vera, profonda, definitiva. La speranza che non esistano più oppressi né oppressori. Il Golem, come un bravo robot, esegue il compito per cui è stato creato. Ma quando un ebreo perseguitato – salvato in extremis – canta una canzone di gioia, il pubblico non riesce a sentirsi sollevato. Resta l’amaro in bocca, la consapevolezza che un solo Golem non basterà mai a salvare l’umanità intera.

Eppure, in quella nota malinconica, si intravede un accento più luminoso: un desiderio di resistenza, di rinascita, di lotta dolce e testarda. Un fuoco ostinato che solo il teatro – arte collettiva e fragile – può custodire e alimentare.

Golem è prodotto da Le Collin – Théâtre National ed è andato in scena al Pompei Theatrum Mundi dal 20 al 21 giugno, in collaborazione con il Campania Teatro Festival.

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