Recensioni

Eduardo c’est moi – drammaturgia e regia di Fabio Pisano

CTF 2025 – Al Teatro Nuovo il 21 giugno

Di Eduardo De Filippo sembra di conoscere tutto. Eppure, nonostante i suoi 84 anni di vita costellati da una produzione drammaturgica particolarmente estesa, sembra che ci sia sempre qualcosa di nuovo da dire. Un elemento della sua biografia, tanto sul piano personale quanto su quello professionale, continua a suscitare l’attenzione non solo dei suoi più convinti ammiratori ed estimatori, ma anche di quel pubblico che si avvicina oggi alla sua figura artistica.

Si ricordi, a tal fine, come la critica abbia più volte tentato di tracciare una linea di demarcazione tra l’Eduardo attore, l’Eduardo autore e le vicende della sua vita privata. Se sul piano tecnico-artistico è, seppur con difficoltà, possibile operare una distinzione, tale operazione risulta invece evidentemente più complessa quando si affronta l’intersezione tra vita personale e attività teatrale.

Difatti, la produzione vulcanica che caratterizza la drammaturgia eduardiana è intimamente legata alle vicende personali che lo hanno visto protagonista: dal rapporto con Peppino e Titina, alla rottura con il fratello, fino al passaggio a una nuova fase autoriale, segnata da echi della drammaturgia europea nel secondo dopoguerra, per arrivare infine al ruolo centrale assunto nell’educazione e nella formazione artistica del figlio Luca.

Tutti questi elementi confluiscono nello spettacolo Eduardo c’est moi, un testo di Fabio Pisano (che firma anche la regia), con in scena Raffaele Ausiello, Francesca Borriero e Sergio Del Prete, presentato al Teatro Nuovo in occasione del Campania Teatro Festival, per una produzione Liberaimago. La rappresentazione è un connubio tra reading teatrale, interpretazione di alcune tra le più celebri drammaturgie eduardiane e la rilettura personale che Pisano intende offrire — in forma inedita — di un personaggio solo apparentemente così noto.

L’obiettivo non è descrivere Eduardo, ma raccontarlo. Ripercorrere i momenti salienti della sua vita per restituire il ritratto di un uomo che ha narrato la storia del Paese attraverso lo strumento scenico. Il Zi’ Nicola de Le voci di dentro non è, evidentemente, una mera figura comica inserita nella rappresentazione, un personaggio che interagisce con gli altri soltanto sparando botti o emettendo suoni incomprensibili. È, piuttosto, il frutto della scelta consapevole di un uomo che si è stancato di parlare un linguaggio fondato su convenzioni sociali assurde e superflue. È la manifestazione scenica dell’incapacità umana di fondare una comunicazione autentica su basi ideologiche condivise, di fronte all’insensatezza dei comportamenti umani. Comportamenti che, pur se apparentemente impossibili, rischiano di concretizzarsi proprio a causa del cinismo e della mancanza di fiducia reciproca tra individui.

In questo percorso, volto a raccontare Eduardo da una prospettiva inedita, i tre interpreti in scena riescono a creare una dimensione sospesa, in cui il protagonista viene rievocato attraverso le parole di un narratore esterno. Un narratore che conosce a fondo la figura di Eduardo, ma che riesce al contempo a renderla accessibile anche a un pubblico non necessariamente esperto o già familiare con il suo universo teatrale.

Il risultato della rappresentazione è, anzitutto, un omaggio riuscito alla figura di Eduardo. Un’operazione che, pur essendo frequente nel panorama teatrale, non sempre riesce a cogliere alcuni tratti essenziali della sua artisticità. In questo caso, invece, lo spettacolo va ben oltre il semplice tributo: si configura come una vera e propria esecuzione compiuta, capace di offrire una lettura articolata e coerente del personaggio. Una lettura che evita sia i facili encomi, sia le sterili elucubrazioni sulla centralità di Eduardo nel Novecento, per concentrarsi invece sull’impatto reale che questa figura ha avuto — e continua ad avere — sugli uomini e le donne, sui personaggi delle sue opere, sui politici, e sul pubblico che lo ha seguito nel corso di tutta la sua carriera artistica. In scena, Eduardo non viene celebrato: viene restituito alla sua umanità, fragile e potente, che ancora oggi continua a parlarci con disarmante verità.

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