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Misurare il salto delle rane – di Carrozzeria Orfeo, drammaturgia Gabriele Di Luca, regia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti

CTF 2025 – Al Teatro Nuovo dal 24 al 25 giugno

Con Misurare il salto delle rane, Gabriele Di Luca firma una drammaturgia densa e simbolicamente affilata. Lontano dalla cifra corale che ha spesso caratterizzato i testi di Carrozzeria Orfeo — compagnia di cui è cofondatore — qui Di Luca sceglie una narrazione più intima, cupa e introspettiva. Eppure, la sua inconfondibile mano emerge: ironia graffiante, una lingua viva che sa passare dal lirismo all’invettiva e personaggi che sembrano portare sulla pelle la storia del nostro tempo.

La costruzione drammaturgica si articola intorno a un triangolo femminile: Iris (Marina Occhionero), Betti (Chiara Stoppa) e Lori (Elsa Bossi). Tre figure profondamente diverse che si muovono come archetipi feriti in una scenografia mentale — più che geografica — fatta di confini invalicabili , i quali tracciano una netta distinzione tra il dentro e il fuori, tra ciò che è noto e ciò che è perduto.

Misurare il salto delle rane è uno spettacolo ironico e satirico dall’atmosfera noir, ambientato tra gli anni ’80 e ’90 in un paesino sospeso tra un lago immenso e una palude imponente.

È proprio il superamento di questa soglia a innescare la vicenda, con il ritorno in paese di Iris, giovane donna proveniente dalla cosiddetta “altra parte”, una definizione che restituisce al pubblico la percezione di come per quella comunità il resto del mondo sia visto come un vero e proprio Aldilà.

Il suo arrivo rompe l’immobilità del luogo e dà inizio a una catena di “salti”, concreti e simbolici, che attraversano l’intera narrazione.

Tra le mani di Iris è finito un messaggio in bottiglia scritto vent’anni prima: le ultime parole di una ragazza quindicenne che si è tolta la vita gettandosi da un dirupo verso il lago. Da dove arrivi quel messaggio e cosa contenga lo si scopre gradualmente, mentre si dipanano traumi rimossi e sensi di colpa sepolti sotto anni di silenzi.

Di Luca dà corpo a un microcosmo rurale sospeso tra realismo e allegoria, dove il trauma non viene mostrato, ma filtrato attraverso uno sguardo femminile che rifiuta ogni pietismo. Le protagoniste rispondono al dolore con un forte orgoglio personale, qui la sensibilità delle interpreti e del drammaturgo rivela una profonda cura e conoscenza dei personaggi.

E’ la figlia di Lori ad essersi suicidata e la sua morte non è un evento ma un’eco: tutto ciò che accade è rifrazione di quel gesto. Di Luca non cerca il colpo di scena, ma l’effetto di sedimentazione. Il suicidio è già accaduto: ciò che interessa alla drammaturgia è capire che cosa ha lasciato.

Un altro tratto distintivo è l’uso della metafora zoologica — il salto delle rane, Froggi la campionessa — che funge da dispositivo narrativo e poetico. Betti, personaggio tragicomico che in altri contesti potrebbe cadere nella caricatura, qui incarna con sorprendente tenerezza la necessità tutta umana di “andare lontano” anche se affidando i propri sogni a una rana. È un’immagine parossistica ma tanto specifica da restituirle verosimiglianza.

Tematicamente, il testo affronta la violenza di genere non con retorica ma con pudore. Le tre protagoniste l’hanno vissuta nella brutalità o nella rozzezza maschile, ma anche nella mancanza di solidarietà da parte delle altre donne. Emblematico e toccante è il momento in cui Lori rivela di essere stata calunniata dalle sue amiche con illazioni crudeli nel momento in cui avrebbe avuto più bisogno di sostegno.

Lori si chiude, Betti sbraita, Iris si mostra confusa: tre modi di sopravvivere, tre meccanismi di difesa, che la scrittura di Di Luca rispetta e approfondisce con grande sensibilità e alla regia condivisa con Massimiliano Setti lo traduce con essenzialità e concretezza.

Misurare il salto delle rane è una parabola femminile e politica, dolente e ironica, che interroga il passato per restituire voce a chi è stato cancellato, e che mette in scena – con eleganza e ferocia – ciò che resta dopo una tragedia: i frammenti di chi ha vissuto, amato, e tenta ancora di capire come si fa, davvero, a saltare.

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