Recensioni

Ragazze all’ingrosso – di Rossella Pugliese, regia di Nadia Baldi

CTF 2025 – Al Teatro Mercadante il 28 e il 29 giugno

Sotto le luci sgargianti di un finto studio televisivo, tra paillettes, lustrini e sorrisi obbligati, prende forma Ragazze all’ingrosso, uno spettacolo scritto da Rossella Pugliese e prodotto dall’Associazione Deneb per la regia, disegno luci e progetto scenografico di Nadia Baldi. Ragazze all’ingrosso è uno specchio deformante e verissimo che riflette la violenza sistemica mascherata da normalità, l’umiliazione travestita da “opportunità”, l’applauso che diventa schiaffo. Al Mercadante, la scena si fa tribunale e confessionale insieme, dove le attrici non interpretano solo ruoli, ma restituiscono voci, corpi e silenzi a tutte quelle donne vendute “all’ingrosso” nel mercato spietato dell’apparenza.

Sul palco, la coralità delle interpreti – Euridice Axen, Giusy Frallonardo, Rossella Pugliese e Lia Zinno – restituisce con potenza e varietà l’esperienza frammentata ma collettiva della violenza nel mondo dello spettacolo. Ognuna incarna un diverso registro della denuncia: la rassegnazione, la rabbia, la dissociazione, la volontà di reagire. Ma è Axen, nei panni della conduttrice “Donnabella”, a tenere le redini di una narrazione che alterna cinismo televisivo e verità crude. Il suo sorriso – studiato, fisso, quasi una maschera – non attenua, ma amplifica l’atrocità delle parole che pronuncia: “Con il sorriso si possono raccontare cose terrificanti” è la chiave drammaturgica dello spettacolo, la sua dichiarazione di poetica.

La regia di Nadia Baldi lavora con grande intelligenza su questa ambivalenza: luci sgargianti, scenografie iper-pop, un’estetica “da varietà” che, anziché distrarre, crea un corto circuito percettivo. Lo spettatore è destabilizzato: la leggerezza visiva non coincide con la leggerezza dei contenuti, ma li rende ancora più disturbanti. È proprio in questa tensione tra forma e sostanza che si annida la carica corrosiva dello spettacolo: la risata è un’arma spuntata, il sorriso una trappola, il gioco scenico un atto politico. Il risultato è un’esperienza teatrale che scava sotto la superficie, costringendo chi guarda a porsi domande scomode, senza mai offrire risposte consolatorie.

Lo spettacolo Ragazze all’ingrosso colpisce per una serie di scelte artistiche e drammaturgiche che ne fanno un oggetto scenico lucido, necessario e, soprattutto, politicamente attivo. Il primo elemento che emerge con forza è il coraggio drammaturgico: la narrazione è diretta, esplicita, quasi brutale. Non c’è spazio per edulcorazioni, né per scorciatoie emotive. Il rischio, sempre presente in operazioni di teatro civile, di cadere nella retorica o nella pietà, viene qui evitato grazie a una scrittura che mantiene rigore e ferocia, ma senza perdere misura.

Questo impianto narrativo è rafforzato da una regia visivamente potente, in cui ogni elemento concorre alla costruzione di un linguaggio duplice: accattivante nella forma, disturbante nei contenuti. Le scenografie e le luci, curate le prime da Paolo Iammarrone e Vincenzo Fiorillo, le seconde da Nadia Baldi, creano uno spazio che richiama l’estetica televisiva più patinata: colori saturi, costumi vistosi (firmati da Carlo Poggioli), elementi scenici che ricordano set da show serale. Ma dietro quella superficie pop, si nasconde l’ombra: lo svelamento della violenza è tanto più efficace quanto più si insinua sotto il trucco, tra le pieghe di un sorriso troppo fisso, in una canzone troppo allegra. Le musiche di Ivo Parlati accompagna con intelligenza questo doppio registro, alternando leggerezza e inquietudine, come se il suono stesso fosse attraversato da una tensione irrisolta.

Ciò che rende Ragazze all’ingrosso uno spettacolo non solo riuscito, ma anche necessario, è la sua risonanza con il presente. La tematica affrontata – la misoginia strutturale nei luoghi del potere culturale – è drammaticamente attuale. Non si tratta solo di una denuncia, ma di una domanda lanciata con forza al pubblico: cosa accettiamo ancora, cosa legittimiamo con il silenzio, quanto siamo complici? Lo spettacolo non offre risposte rassicuranti, né chiusure morali, ma lascia che il cortocircuito tra forma e contenuto si depositi nello spettatore come disagio e come consapevolezza. In questo senso, Ragazze all’ingrosso non è solo teatro: è una presa di posizione netta, uno spazio di verità creato all’interno di un dispositivo fittizio. E forse proprio per questo, ancora più autentico.

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