Recensioni

Una notte a Teheran – di e con Cecilia Sala

CTF 2025 – Al teatro Trianon Viviani il 12 luglio

Cecilia Sala è ormai un nome ben noto, non solo per la sua attività giornalistica, ma per le vicende che l’hanno vista protagonista durante la sua prolungata detenzione – 21 giorni – nel carcere di Evin, a Teheran. La sua non è una semplice storia di resilienza: è una cronaca nella cronaca, in cui la reporter si è trovata al centro di un’esperienza che unisce dimensione personale e testimonianza pubblica.

La detenzione, priva di fondamento sotto il profilo di una razionalità giuridica conforme ai principi internazionali, è avvenuta in ragione dei suoi contatti con figure ritenute dal regime iraniano come sovversive o pericolose. La vicenda, ripercorsa nello spettacolo Una notte a Teheran, assume così una doppia valenza: da un lato, testimonianza diretta di pratiche repressive che coinvolgono anche la stampa internazionale; dall’altro, riflessione scenica sulla forza della parola come atto di resistenza.

Una notte a Teheran non vuole tuttavia raccontare unicamente l’esperienza drammatica vissuta da Cecilia Sala nel carcere di Evin, a Teheran. Come suggerisce il sottotitolo dello spettacolo – Alle feste, nelle piazze, nelle celle – la narrazione intreccia le vicende raccolte sul campo dalla giornalista con il pensiero, le aspirazioni e le idee di un popolo che continua a battersi, nonostante una repressione religiosa e politica capillare, per la libertà, la democrazia e la possibilità stessa di una realizzazione personale.

Cecilia Sala si racconta in scena attraverso gli incontri, le testimonianze e la corrispondenza con alcune delle figure chiave delle recenti rivoluzioni di piazza in Iran. Lo fa con una presenza scenica notevole, che sorprende e coinvolge il pubblico. Pur non essendo un’attrice, riesce a coniugare la chiarezza richiesta a una giornalista con una freddezza analitica che le consente di restituire, con oggettività, la brutalità di una realtà repressiva.

Accanto a lei, in scena, Maziar Firouzi dà voce a molte delle persone incontrate e narrate da Sala, contribuendo a modulare i registri emotivi dello spettacolo. La regia di Bruno Fornasari si distingue per essenzialità e rigore, senza però rinunciare all’efficacia: le immagini proiettate sullo sfondo non sono meri supporti visivi, ma una vera e propria cornice narrativa, entro la quale la protagonista inserisce dettagli e particolari che aiutano lo spettatore a comprendere – e quasi a toccare – la difficoltà estrema delle condizioni di vita di chi, in Iran, continua a lottare per diritti fondamentali negati.

È questa, probabilmente, la riflessione che più colpisce lo spettatore al termine della rappresentazione. Il quotidiano affannarsi dietro a problemi, urgenze o priorità che percepiamo come centrali appare improvvisamente relativo, quasi svuotato, di fronte alle condizioni di vita a cui sono sottoposti uomini – e soprattutto donne – in un contesto come quello iraniano, in cui sono sistematicamente negate la libertà personale, la libertà di corrispondenza, di pensiero e di dissenso. Il pubblico resta spiazzato, a tratti inerme, di fronte a un racconto che documenta una repressione talmente pervasiva da sembrare impermeabile a ogni forma di intervento esterno.

Eppure, proprio nella narrazione lucida e necessaria di Una notte a Teheran si rintraccia un segnale di resistenza possibile: la parola – giornalistica, scenica, testimoniale – si fa strumento di denuncia e memoria. In un mondo in cui il diritto internazionale appare spesso inadeguato a proteggere chi rischia la vita per libertà elementari, questa forma di teatro civile rappresenta non solo una denuncia, ma anche un atto politico e culturale di impegno, che richiama tutti – spettatori compresi – a una responsabilità etica che trascende i confini.

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