Al Mercadante dal 10 dicembre al 7 gennaio
Lo spettacolo Non posso narrare la mia vita, tratto da Gli anni piccoli e altri testi di Enzo Moscato, con drammaturgia e regia di Roberto Andò, mette in scena una Napoli profonda, porosa, ineffabile: una città che vive di paradossi e che continua, ancora oggi, a rivelarsi attraverso paure, fantasticherie, gioie e piaceri.
La scenografia (Gianni Carluccio) è a dir poco maestosa e, al tempo stesso, essenziale. Una grande scalinata, posta sul fondo della scena e apparentemente senza fine, ospita letti arrugginiti e una gigantesca statua di un Santo. Ai suoi piedi, una piccola piscina rettangolare rimanda alle vacanze balneari di un giovanissimo Enzo: un luogo di allegria e confusione, in cui si impara cos’è la gioia e si scopre il dolore. Queste rivelazioni si manifestano attraverso ricordi gelosamente conservati che vanno dai balli estivi allo strazio delle urla di una madre. Affascina come divertimento e angoscia vengono assorbiti semplicemente osservandoli, ancora prima di poterli vivere sulla propria pelle.
Dall’alto pendono balconi, ai lati e sulla scalinata appaiono e scompaiono teche e fotografie di vita. Gli attori in scena generano il dubbio se essi siano reali o piuttosto simboli, spiritelli evocati dalla memoria. I personaggi abitano questo spazio sospeso tra realtà e visione.
La coralità dello spettacolo agisce come un tessuto in divenire, la cui trama prende forma nel solco tracciato da Lino Musella, che attraversa il testo con meticolosa cura e profondo rispetto. Attorno a lui, i figuranti danno consistenza e colore alla scena, mentre Giuseppe Affinito e Tonino Taiuti, al suo fianco, si trasformano continuamente, entrando nei passaggi drammaturgici come punti di raccordo che sostengono e rilanciano il fluire del racconto.
I corpi e le voci dei venti attori che calcano la scena ricostruiscono le emozioni e le esperienze di chi vive questa città, raccontata nel teatro di Moscato in un perfetto equilibrio tra il terreno e lo spirituale, sostenuto da un’ironia che Musella esprime con raffinata delicatezza
Una chiara sintesi della visione mistica di Moscato viene restituita da Andò verso la fine dello spettacolo, facendo emergere un Pulcinella in carne e ossa, come un entità danzante evocata dalle energie dello spettacolo e accompagnato dalle note di Walk on the Wild Side.
D’altronde la maschera di Pulcinella, come tutte le maschere della Commedia dell’Arte, è una creatura che proviene dall’inferno e in questa scena rivela come Napoli sappia essere orrorifica e grottesca proprio nel suo modo di strappare una risata. La maschera partecipa al gioco del teatro restando fedele a se stessa, eppure, con il mutare dei brani musicali (Pasquale Scialò), dei suoni (Hubert Westkemper) e dei tagli di luce (Gianni Carluccio), affiorano aspetti più misteriosi e inquietanti, spinti da una forza irrefrenabile: il fuoco stesso della scena e del palcoscenico.
Lino Musella racconta Enzo in prima persona e, pur senza mai caricaturarlo, riesce a delinearne i tratti e a restituirne l’anima. Allo stesso modo, Roberto Andò fa emergere dalla scrittura di Moscato immagini nitide e definite. Andò non tenta di replicarne la regia e sulla scena non si rifugia in una rappresentazione didascalica delle sue parole: studia i testi, lavora sugli attori e poi cuce l’idea registica addosso a ogni personaggio, generando quadri scenici che per analogia o contrasto definiscono la scena.
La poesia che attraversa tutto lo spettacolo si sostiene nel recitato, nei canti popolari e nei silenzi che galleggiano in superficie, nei riflessi degli attori nella piscina e nella luce che colpisce l’acqua, trasportando lo spettatore in attimi sospesi. Qui, ricordi annebbiati e fantasie di bambino si evolvono e si scontrano con la crudezza di una Napoli misteriosa e infinita nelle sue possibilità.
Da questo intreccio emerge con forza una verità ineluttabile: il teatro è la vita e la vita è teatro. Tra coloro che hanno avuto gli occhi per vederlo, c’è lo stesso Moscato, che ha scelto di non tenere questo dono per sé, ma di restituirlo sulla scena in un tempo da lui definito “non storico, fiabesco e metafisico”, un tempo che diventa così eterno anche per chi guarda.
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