Recensioni

Il gabbiano – di Anton Cechov, regia di Filippo Dini

dal 21 gennaio al 1 febbraio al Teatro Mercadante

Filippo Dini affronta Il gabbiano di Anton Čechov scegliendo di affidarsi a un gruppo di attori con cui condivide una storia artistica già sedimentata: Giuliana De Sio, Giovanni Drago, Gennaro di Biase, Valerio Mazzucato, Virginia Campolucci, Enrica Cortese, Fulvio Pepe ed Edoardo Sorgente. Questa decisione si rivela un terreno fertile per un lavoro di precisione sui rapporti e sui non detti che attraversano il testo cechoviano. La produzione coinvolge i Teatri Stabili del Veneto, di Torino, di Roma, di Bolzano e di Napoli.

Il Gabbiano racconta le vicende di un gruppo di personaggi segnati da ambizioni artistiche e desideri complessi: Konstantin (Giovanni Drago), giovane drammaturgo insicuro, cerca l’approvazione della madre Arkadina (Giuliana De Sio) e dell’attrice Nina (Virginia Campolucci). Nina sogna il successo teatrale e l’amore del celebre scrittore Trigorin (Filippo Dini). Intorno a loro gravitano amici, amanti e parenti, i cui sogni, gelosie e rancori intrecciano e amplificano tensioni e conflitti.

La regia di Dini si differenzia dalle solite proposte de Il Gabbiano sin dall’immagine scelta per la locandina dello spettacolo: un frame della scena in cui Nina recita le parole di Konstantin, immersa in uno scenario quasi apocalittico. Sembra fare il verso a certi teatri d’avanguardia, evocandone i limiti e le ossessioni.

Le invettive di Konstantin non si fermano alla nota accusa di un teatro che “si guarda solo tra teatranti” e si autocelebra in un circuito chiuso. La sua critica si estende anche agli incontri con il pubblico, spesso ridotti, secondo il personaggio, a un insistito focus sul conflitto generazionale o sugli amori impossibili, come se il teatro non potesse interrogarsi anche su altro.

Nel corso dell’opera, i personaggi anticipano il proprio destino, prevedendo successi, fallimenti e catastrofi emotive: Konstantin diventerà scrittore, Nina attrice, Medvedenko (Edoardo Sorgente) sposerà Maša (Enrica Cortese), Boris riuscirà a mantenere l’amore di Irina e Nina. Čechov, e con lui Dini, pone una domanda più profonda: quale prezzo si paga quando ci si vota al successo?

L’interpretazione di Filippo Dini nei panni di Boris Alekséevič Trigorin è costruita con estrema delicatezza e contro ogni facile stereotipo. L’amore che nasce tra Trigorin e Nina non esplode né corre veloce, pur essendo anticipato dal soggetto per un racconto breve che lo scrittore abbozza in scena. È invece un sentimento che prende forma lentamente, alimentato da un lavoro intelligente sulla tensione tra i corpi, sugli sguardi e sulle esitazioni, più che sulle dichiarazioni esplicite.

Dini legge l’ossessione di Trigorin per la scrittura come una condizione quasi maniacale: una concentrazione totalizzante che lo rende impacciato, fragile, timido, spesso incapace di abitare davvero le relazioni. Questa fragilità prende corpo anche attraverso una leggera balbuzie, segno di un pensiero che corre più veloce della parola e che fatica a tradursi in azione. Proprio per questo, il momento in cui Trigorin sceglie Nina è forse la prima volta in cui non si limita a lasciarsi trascinare dagli eventi, ma decide di inseguire consapevolmente un amore giovane, mai concesso prima perché schiavo della propria scrittura.

Nella dinamica complessiva della rappresentazione, l’interpretazione di Giuliana De Sio si impone per una naturalezza tale da rendere quasi impercettibile la finzione teatrale. La sua Arkadina non viene mai re-citata, è semplicemente abitata. È una madre che realmente fatica a empatizzare con il figlio, non per crudeltà, ma per una sorta di incapacità emotiva strutturale; una donna che difende sè stessa come unica forma possibile di sopravvivenza. La Arkadina non è più giovane, non è più l’attrice celebrata di un tempo e non ha saputo legare solo a sé l’uomo che ama. Ammorbidirsi significherebbe perdere centralità: concedere spazio agli altri, smettere di esistere.

I costumi (Alessio Rosati), contemporanei per evidenziare l’universalità della storia, e la scena (Laura Benzi) volutamente decadente restituiscono un senso di povertà che non è solo economica. Alcuni personaggi sono davvero squattrinati, ma per tutti aleggia una miseria più sottile, interiore. Lo spazio scenico è disilluso, richiama un paesaggio campestre disegnato come espressione di una natura matrigna; l’immagine è poi accentuata dalle luci grigie e rosse che dipingono i toni del fondale. Questa scelta riflette soprattutto il conflitto che ciascun personaggio intrattiene con se stesso, prima ancora che con gli altri.

Una delle abilità più evidenti della regia di Filippo Dini è la capacità di rendere percepibile il passaggio del tempo. Dalla scena iniziale aperta, alle luci che progressivamente si offuscano, fino alle interazioni con il pubblico e al mutare delle emozioni, la crescita dei personaggi appare graduale e credibile. Lo spettatore avverte lo scorrere degli anni, osserva le scelte maturare e le conseguenze prendere forma.

Il celebre monologo del Gabbiano arriva con un tatto e una verità disarmanti. Il cappotto bianco e largo indossato da Nina la consegna allo sguardo del pubblico così come la vede Konstantin: fragile, sproporzionata, già ferita. È un espediente semplice ma potentissimo, che permette all’immaginario di continuare a ricamare sulla figura dell’attrice-gabbiano. Il pianto stridente richiama il verso dell’uccello, l’avvicinarsi a Kostja e il desiderio di essere ancora vista da lui somigliano a un ultimo battito d’ali.

Dini, parlando della drammaturgia, sottolinea come Čechov riempia i suoi personaggi di amore e di sogni per mostrarci poi, con crudele chiarezza, come tutto venga loro sottratto. In questa lettura emerge un’umanità ridotta all’osso, schiacciata da un destino beffardo che non risparmia nessuno.

Eppure, per quanto Konstantin soffra, il cuore pulsante dello spettacolo resta proprio l’amore e il passaggio generazionale. Quei temi che a lui sembrano antichi e superati e invece continuano a rivelarsi ineludibili. Chiaramente in Čechov e in questa messa in scena c’è ancora molto di più: una straordinaria capacità di rendere i personaggi profondamente umani, contraddittori, irrimediabilmente vivi.

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