Recensioni

Mi dimetto da uomo – di e con Sergio Assisi

Al teatro Troisi dal 22 gennaio al 1 febbraio

Sergio Assisi porta in scena Mi dimetto da uomo, al Teatro Troisi dal 22 al 25 gennaio e dal 29 gennaio al 1 febbraio. Lo spettacolo è scritto a quattro mani con Simone Repetto e diretto dallo stesso Assisi che condivide il palco con Giuseppe Cantore.

La messinscena dichiara sin dall’inizio la propria direzione simbolica: all’alzarsi del sipario, Assisi appare chiuso in una gabbia indossando un camice da malato, immagine che suggerisce la condizione di un uomo in cerca di guarigione, come se l’umanità intera fosse affetta da una patologia profonda. Seppur la simbologia così presentata possa sembrare austera e concettuale, è invece recitata con piena ironia e giocosità.

Assisi trasforma il palcoscenico in un non luogo, un oblio in cui non sa come vi sia giunto né come uscirne. Si cambia gli abiti da degente per darsi un po’ di decoro con abiti scuri, ma lo spazio che attraversa e il suo compagno di scena restano prepotentemente bianchi, come a confermare che si tratti di un momento fermo nel tempo in cui non c’è colore, colpa o giudizio se non quello che ricostruirà l’attore attraverso il suo racconto.

Questa premessa visiva diventa il tramite per scoperchiare le ipocrisie del nostro tempo, mettendo a nudo le contraddizioni di un mondo in cui si predica la pace ma ci si “scanna” nel traffico, o dove i nuovi guru dei social impongono la dittatura del  “visualizzarsi belli, ricchi e potenti ” colpevolizzando l’individuo per i propri fallimenti come se fosse matematico poter tenere sotto controllo eventi ed accidenti.

Contro questa tossica ricerca della perfezione, lo spettacolo si erge a manifesto del, citando lo stesso Assisi, “fare schifo” purché si resti veri; proprio per questo che l’attore sceglie di raccontarsi in prima persona, alternando la critica a momenti di nostalgia che richiamano una storia condivisa. Affiorano così i miti dei supereroi, l’iconico Tenente Colombo o la sacralità dell’amore materno, tasselli di una memoria collettiva che fa da contrappunto allo smarrimento del protagonista.

Accanto a lui, Giuseppe Cantore incarna uno “spiritello ” tanto ludico quanto perturbante. Una figura buffa e irriverente che si muove in un’altalena linguistica tra l’ironia fanciullesca a cui basta una parolaccia per scatenare il riso e la solennità di citazioni greche, capaci di evocare un destino già scritto negli astri e guidato dall’amore. In questo cortocircuito semantico il personaggio di Cantore è la proiezione dell’inconscio dello stesso protagonista.

Alla platea spetta il compito di decidere se redimere l’attore e con esso accettare la natura imperfetta dell’Uomo conferendo all’atto teatrale una precisa responsabilità etica. In questo oscillare tra leggerezza e riflessione, Mi dimetto da uomo interroga lo spettatore senza offrire risposte preconfezionate, ricordandoci che restare umani, empatici e concederci di cadere è forse l’unico modo per non smarrire definitivamente il senso della cura, per trovare la forza di rialzarsi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento